Il Cammino dell’Ebro

Posted by on 27 agosto 2019

A SANTIAGO
SUL CAMMINO
DELL’EBRO

(partendo in bici e finendo da turisti
dal 14 – 28 SETTEMBRE 2017)

Giorgio Roncari  


IL CAMMINO DELL’EBRO

La decisione di andare a Santiago è stata improvvisa quanto vo-luta. Io e Michela, in settembre avremmo dovuto fare una vacan-za in Florida dove vive sua mamma, ma l’uragano Irma e quelli suc-cessivi non l’hanno permesso e così, di getto, abbiamo deciso per il Cammino in bici, avventura da tempo nei nostri desideri.
Se per Michela era la prima volta, per me era la terza dopo il Cammino Francese nel 2011 e quello del Nord nel 2013. Da una ve-loce ricerca ho verificato che, con le bici al seguito, il modo più conveniente era arrivare a Barcellona in aereo e da qui, con un treno della Renfe, raggiungere Saragozza da dove passa il Cam-mino dell’Ebro che, a Logroño, si congiunge a quello Francese. L’Ebro è il fiume più lungo che scorre in Spagna, oltre 900 km, in antico era detto Iberus e da lui ha preso il nome tutta la penisola Iberica.
Santiago era la meta di uno dei tre pellegrinaggi principali del medioevo, dove i fedeli si recavano a pregare sull’urna di Giacomo il Maggiore, uno degli apostoli più importanti. Gli altri percorsi erano sulla tomba di Pietro a Roma e al Santo Sepolcro di Gerusa-lemme. Questi pellegrinaggi cessarono per vari motivi: la conqui-sta mussulmana, la controriforma, e, soprattutto, le grandi epi-demie di peste. Gerusalemme in qualche modo ha sempre attratto pellegrini, Santiago è ritornato in auge a partire dagli anni Ses-santa, la Francigena sta risorgendo un poco per volta in questo secondo millennio, anche se ormai non si possa più parlare solo di viaggi spirituali.
In Spagna molti erano i Cammini per raggiungere Santiago de Compostela e ancora al giorno d’oggi sono un dedalo di strade. Quello dell’Ebro misura 425 km, da Tortosa a Logroño, e costeg-gia il fiume che ne dà il nome. Attraversa l’Aragona, tocca la Na-varra e confluisce nella Rioja, regioni spagnole. Si può dire che da Saragozza, sia un prolungamento di quello Catalano proveniente dal sud della Francia, percosso in passato, pur essendo un traccia-to più lungo, da pellegrini provenzali, italiani e dell’Europa dell’est attratti dalla bellezza di città come Barcellona, Tarragona e Sa-ragozza.
Partendo, come noi, da Saragozza, i km sono 190 a cui si aggiun-geranno i 630 del Cammino Francese per un totale di 820. Sulla carta perché, per esperienza, sulla strada aumentano inevitabil-mente. Vedremo poi se avremo tempo e forze per fare la tappa supplementare a Muxia sull’atlantico, visto che a Finisterre io ci sono già andato.  
SARAGOZZA
14 set. giovedì

Siamo partiti puntuali col cielo coperto e senza problemi per im-barcare le bici. Arrivati a Barcellona, una copia di Genova (ma lei è una barcelonesa) con una bimbetta, ci ha aiutato a districarci nei meandri all’aeroporto El Prat, accompagnandoci fino alla sta-zione delle navette per la stazione Sants, in città. Qui è stata una ragazza spagnola ad aiutarci con i bagagli fino alla biglietteria e non è stato facile trasportare gli scatoloni con le bici visto che non c’erano carrelli. L’abbiamo salutata con un abbraccio.
Fatti i biglietti, abbiamo scoperto che i nostri bagagli erano troppo grandi per essere trasportati ma all’ultimo secondo i fer-rovieri ce li han fatti caricare nella carrozza portapacchi. Abbia-mo sferragliato per un’ora e mezza nella brulla campagna arago-nese, senza alberi, né paesi, quasi un deserto Siamo arrivati alla stazione Delicius di Saragozza alle 17,40. Un’oretta per rimonta-re le biciclette e smaltire i cartoni e abbiamo cominciato a peda-lare verso l’albergo Tibur prenotato da casa. La parte più antipa-tica del viaggio, quella che crea sempre apprensione era finita.
Cinque km, accompagnati per un buon tratto da un ciclista a cui avevamo chiesto informazioni. Il Tibur, 35 €, era un bell’albergo e anche economico se calcoliamo che stava nella centrale Piazza del Pilar, il luogo più famoso della città.
Saragozza è la capitale dell’Aragona e la città più grande sul no-stro Cammino. Ha 670.000 ab praticamente la metà della gente di tutta la regione, fattore che ha creato un forte disquilibrio eco-nomico e sociale con le altre due provincie di Teruel e Huesca. Fu fondata dai romani nel 19 a.C. col nome di Caesaraugusta. Nel 714 fu conquistata dai mussulmani che la chiamarono Saragusta. Nel 1118 il Re Alfonso I la riconquistò facendola diventare capitale del Regno d’Aragona.
Molti i monumenti, su tutti la maestosa Basilica del Pilar (XVII-XVIII sec) in stile barocco che sorge nello stesso luogo dove, se-condo la tradizione, la Vergine apparve, su un pilastro, all’aposto-lo Giacomo – Santiago in spagnolo – per incitarlo a continuare il suo difficile apostolato nelle terre iberiche; è considerato il più antico tempio mariano del mondo cristiano. Il 12 ottobre si tiene un una grande festa detta ‘la Pilarica’.
Se la basilica del Pilar polarizza l’arte e il turismo, sono comun-que molti i monumenti della città come la cattedrale conosciuta come Seo de San Salvador (XII-XVIII sec); la Lonja (XVI sec) in piazza del Pilar, bell’edifico rinascimentale; il teatro romano di Caesaraugusta (I sec) che poteva contenere 6.000 spettatori; il ponte di pietra (XV secolo), in stile gotico.
Saragozza, è famosa per l’arte mudejar, uno stile architettonico dove fondamenti arabi ed elementi cristiani si fondono creando monumenti dalle strutture e dai particolari artistici suggestivi; il più rilevante esempio è il palazzo dell’Aljafería (XI sec). L’arte mudejar, detta anche moresca, pur essendo presente in molte re-gioni della Spagna, è in particolar modo nell’Aragona che ha trova-to sviluppo.
Qualche sms. Cena in uno dei tanti ristorantini del centro a base di patate e calamari, scambiando due parole in tedesco – Michela è nativa di Essen – con due coppie, una della Foresta nera e l’altra fiamminga.
Prima di ritirarci abbiam fatto una visita notturna alla grande piazza del Pilar ammirando e fotografando la bella basilica illumi-nata, e poi passeggiato nelle affollate vie centrali ammirando le vestigia del grande anfiteatro romano ora anche museo. 
ARAGONA
I TAPPA: 15 SET, VENERDÌ = SARAGOZZA – GALLUR = 57 KM

Quando ci siamo svegliati si sentiva musica sacra dagli altopar-lanti della cattedrale. Sorpresa: pioveva, come del resto ci aveva detto un’anziana la sera prima alla stazione. Le previsioni comun-que davano miglioramenti per il pomeriggio quindi abbiamo ritar-dato la partenza e ci siamo persi nella città in attesa che spioves-se facendo colazione e qualche piccolo acquisto. Ho preso un me-dicinale similare per la mia pressione arteriosa che avevo lasciato a casa. Qualcosa del resto dimentico sempre in questi raid.
Aveva smesso di piovere ma, prima di partire volevamo farci fare il primo timbro sulla Credenziale, il documento di viaggio, alla Ba-silica del Pilar e quindi abbiamo dovuto attendere che terminasse la messa. Il selciato della piazza era umido e così non ho distinto una bassa fontana e ci sono entrato con i piedi mentre Michela rideva di gusto. Il sello, come dicono qui il timbro, è bello e solen-ne con tanto di firma del prelato che ce l’ha fatto.
Visitiamo la chiesa, in stile barocco spagnolo, ridondante di par-ticolari e orpelli. Come usanza in Spagna, la navata centrale risul-ta ostruita dal coro, un locale dove i religiosi andavano a pregare e dove, addossato al muro dell’altare, è posto il Pilar, il pilastro sul quale la Vergine apparve a San Giacomo. Si tratta di una co-lonnina di 1 m. d’altezza che regge una madonnina di 35 cm. dalle pompose e colorate vesti e io che pensavo ad un alto pilone. Nella parte posteriore del coro sta una nicchia rivestita di una lastra di metallo che copre la pietra del Pilar, punto sacro che tutti i fede-li vogliono accarezzare.
È considerata la protettrice della Spagna e molti sono i miracoli a lei attribuiti, fra tutti quello incredibile avvenuto nel 1640 quando il mendicante Miguel Juan Pellicer, si vide ricrescere la gamba amputata, prodigio studiato e reso famoso dallo scrittore cattolico italiano Vittorio Messori.
Prima di lasciare la città, abbiamo cercato un ciclista che ci ha pompato come si doveva le gomme e poi, una volta partiti alle 11,45, ci siamo dovuti fermare per sistemare i freni a Michela e coprire con la plastica le borse perché aveva ripreso a pioviggina-re. Fuori città, il Cammino ha imboccato una carreggiata in terra battuta con alcune pozzanghere, dritta, piatta in mezzo alla cam-pagna, a fianco dell’autostrada, fino a Monzalbarba. È diventato poi un intricato su e giù, dentro e fuori che ci ha però permesso di oltrepassare tranquillamente un grosso svincolo autostradale.
Abbiamo superato Utebo e, a Sobradiel, abbiamo fatto il timbro in comune. Nel frattempo era tornato il sole così abbiamo tolto giacche e plastica dalle borse. Erano le 13.45, avevamo fatto 20 km e quindi abbiamo sostato per il pranzo in una taverna, dove, per due soldi, abbiamo avuto un buon toast farcito con prosciutto formaggio e uovo in cereghino. Abbiamo costatato come, nei bar, ancora resiste l’usanza di buttare carta per terra addosso al ban-cone.
Abbiamo ripreso i pedali sbagliando strada, non sarà la sola volta. Il termometro intanto era arrivato a 27°. Torres de Berrellen dal campanile mudejar, con nidi di cicogne, ne vedremo tutto il tra-gitto. Poi un lungo tratto zigzagante nella campagna coi suoi pro-fumi e sosta ad Alagon per il timbro in un bar – hostal. Gli hostal sono degli hotel a buon mercato. L’oste ci ha detto che non sono molti i pellegrini e in numero pari tra camminanti e ciclisti. Noi ne avevamo visto un certo numero all’uscita di Saragozza, ma poi non ne abbiamo quasi più incontrati
Di nuovo in sella. Cabañas e Alcalà de Ebro il paese in cui Don Chisciotte, nel libro omonimo, investì Sancho Panza del titolo di Governatore dell’Isola Barataria, un’isoletta verde in un’ansa dell’Ebro di nessun valore, però Alcalà ci ha fatto una saga eri-gendo statue a Sancho, Don Chisciotte e Cervantes. Nella zona esiste anche un cammino di Don Chisciotte. “Fiume tu sei Ebro ma anch’io non sono sobrio” mi è scappato di dire sull’ argine
Altri 8 km di strada dritta e ci siamo fermati a Luceni per una banana. Quando siam ripartiti, Michela ha dimenticato gli occhiali da sole su una panchina. L’ultimo tratto di 9 km che ci ha portato a Gallur, tappa di giornata, era su una caretera asfaltata, poco trafficata, però con un forte vento che ci ha affaticato; sembra-va di pedalare in salita.
Siamo giunti alle 6,30 e abbiamo cercato camera all’albergo del pellegrino uno dei pochi su questo cammino. C’era molta gente che faceva l’apericena. Ci hanno accettato ma abbiamo dovuto atten-dere pazienti che ci assegnassero una stanza. Lo ha fatto la pa-drona che ha litigato non poco con le chiavi come se non le distin-guesse.
Dopo la doccia siamo scesi per mangiare ma abbiamo dovuto aspettare un’ora perché qualcuno, su mia richiesta, prendesse l’ordine. In più è arrivata una comitiva di bambini che han fatto un casino della miseria. Abbiamo pazientato un’altra ora – ma era-vamo pellegrini e andava bene così – prima di riuscire a mangiare due platos combinados, come chiamano qui il piatto unico con varie cibarie. Abbiamo poi capito che era il primo giorno di una nuova gestione e quindi erano ancora parecchio disorganizzati. Prima di andare a dormire abbiamo fatto quattro passi in paese per un caffè. Gallur ha origini neolitiche ed è situato su uno sperone di roccia che domina l’Ebro. 
NAVARRA
II TAPPA: 16 SET, SABATO = GALLUR – CALAHORRA = 90 KM

Colazione all’albergo del pellegrino. Siccome non avevano ancora il timbro, l’abbiamo fatto al bar di eri sera. Ci siamo messi in sella alle 8.45, avremmo voluto fare 85 km e arrivare a Calahorra, cit-tadina già nella Rioja. Abbiamo preso la strada sterrata sul Canale d’Aragona viaggiando in una vasta piana tra catene lontane di bas-si monti coi crinali coperti di pale eoliche.
C’era una leggera brezza e faceva freddo, il contachilometri tuttofare segnava 11°, avevamo le giacche a vento ma le orecchie gelavano. Abbiamo incontrato qualche ciclista e pochi pedoni. Ab-biamo scambiato quattro parole con una coppia di francesi che venivano dai confini col Luxemburgo, lui si chiamava Jeanmarc e lei Dorotea era l’undicesimo Cammino che facevano, ce li hanno elencati; hanno cominciato nel 2005. Ci siamo intesi un poco in francese e un poco in spagnolo. Li abbiamo salutati con un buen camino.
Dopo una decina di km, tra i paesi di Mallen e Cortes – segnalati dalla nostra guida ma che dal Canale d’Aragona neanche si vede-vano – passava il confine tra l’Aragona e la Navarra. La strada era sempre sterrata ma era comunque una provinciale dove le distan-ze erano segnalate da colonnini. A quello del km 13 ci siamo fer-mati per fare una foto che porta bene… e, in effetti, ci siamo ac-corti che il portapacchi di Michela, con i sobbalzi, aveva perso una delle due astine che lo fissavano al canotto. Ci siamo arrangiati con due fascette di plastica. Prima di ripartire, per sicurezza ab-biamo avvitato tute le viti.
Ci sono voluti 25 km e quasi tre ore su quella strada deserta, sassosa e stancante per arrivare al primo paese: Ribaforada. Era quasi mezzogiorno e siccome io mi sentivo alquanto vuoto, abbiamo deciso di fermarci in una taverna a mangiare qualche tapas, boc-coni tipici, per soli 13 €, beveraggio e caffè compresi.
Un’ora e siamo ripartiti lasciando la via d’argine del Canale d’Aragona per la strada asfaltata che, a fianco dell’autopista, in mezz’ora ci ha portato tranquillamente a Fontellas, saltando El Ponton, località dove si diparte il Canale d’Aragona e sorta con esso nel XVIII sec. Un’altra mezz’ora e siamo arrivati alla peri-feria di Tudela, dove due ragazzini in bici ci han chiesto la pompa perché uno aveva pinciado, forato.
Tudela fa 32.000 ab è la seconda città della Navarra dopo la ca-pitale Pamplona che è l’unica provincia. È capoluogo di Merindad, una sorta di sottoprefettura. È una città storica che conserva resti preistorici e romani e ha vari barrios, quartieri, che ricor-dano le culture che l’hanno abitata: arabi, ebrei e cristiani. Era famosa per uno zuccherificio che dava lavoro a molti operai e contadini. Riusciamo a fare il timbro all’ufficio turistico, che sta chiudendo, posto nella bella piazza porticata de los Tueros. L’abbiamo girata un poco come si può fare in un raid in bici. Da-vanti alla cattedrale in stile romanico – fiorito del XII sec eretta al posto della moschea, c’era un matrimonio, doveva essere un mi-litare visti i tanti soldati in alta uniforme presenti.
I negozi ormai erano tutti chiusi, così come gli uffici – serrano alle 14 e riaprono alle 16 – però c’era mercato e abbiamo preso dei dolcetti non trovando frutta. Abbiamo conosciuto Alberto, un piz-zaiolo con un forno portatile, originario di Sesto Calende ma che aveva abitato anche a Laveno; era lì da 35 anni, prima era stato cuoco sulla Leonardo. Un tipo estroso, col codino, della mia stessa età, suo padre faceva i mercati col pesce nei nostri paesi. Ci ha salutato anche un altro italiano, cittadino dell’Europa poiché era nato a Firenze da genitori tedeschi, aveva vissuto a Torino, in Belgio e ora qui. C’era anche una mezza festa medioevale.
Abbiamo ripreso a pedalare dopo un’oretta, e sapevamo che per 20 km non ci sarebbe stato nulla in mezzo alla campagna a volte brulla con l’Ebro che giocava a nascondersi. La strada, larga e asfaltata, dopo qualche km, senza preavviso, è ritornata sterrata. Il primo paese è stato Castejon dove abbiamo fatto una foto con il monumento agli emigranti. Un giovane gentile ci ha scortato con l’auto fino all’imbocco della strada provinciale, non molto battuta, per Alfaro, primo paese della Rioja.
È la cittadina delle cicogne, qui ne vivono 500 individui, la più grossa concentrazione del mondo, ma queste sono zone di cicogne come avevamo già notato dai tanti nidi su tetti e tralicci. Erano le 5 e avevamo ancora 25 km. Anche lì la strada partiva asfaltata per poi ritornare sterrata, sempre a fianco della ferrovia e un treno salutandoci con un fischio, ci ha fatto sobbalzare.
Alle 6 siamo arrivati a Rincon de Soto rinomata per le sue pere Doc, che fanno eccezione in una terra famosa per le uve ed i vini; in una piazza c’è anche un momento in stile trencadis, ovvero rive-stito di piccoli frammenti ceramici. Sarà anche nota per le pere ma nello stemma comunale ci sta un grappolo d’uva. Breve sosta e via.
Gli ultimi 15 km fortunatamente asfaltati li abbiamo fatti nella campagna, in parte seguendo un piccolo canale. Siamo arrivati a Calahorra alle 7,45, dopo 11 ore di pedalate e i km erano 90. La temperatura nel pomeriggio si è alzata fino quasi a 30° ma non abbiamo mai potuto togliere le giacche perché il vento freddo non ha cessato un momento di soffiarci contro e a volte erano folate.
Eravamo stanchi ma per raggiungere l’albergo del pellegrino, nel punto più alto dell’abitato, davanti alla chiesa di S. Francesco, abbiamo dovuto portare di peso e con fatica, le bici su due lunghe scalinate. Un cartello diceva di telefonare e dopo 10 minuti è ar-rivato l’albergatore che ci ha dato una stanza doppia. Eravamo gli unici pellegrini o forse c’era un’altra copia di giovani.
Facevano ristorante e ci siamo fermati per la cena perché era-vamo veramente stanchi, oltretutto Michela aveva cominciato a zoppicare perché, e non me l’aveva detto, aveva preso un sasso sul ginocchio schizzato dalla ruota e aveva cominciato a fargli male. E sì che avevamo fotografato il km 13 che avrebbe dovuto portare buono. Speriamo non sia cosa grave e sia sufficiente solo un po’ di riposo e della pomata antinfiammatoria.  
RIOJA
III TAPPA: 17 SET, DOMENICA = CALAHORRA – NÀJERA = 83 KM

Calahorra è cittadina antica, risalente al neolitico, fu un impor-tante centro romano e ancora ne conserva resti come l’Arco de Planillo. Fa 25.000 ab ed è la seconda città della Rioja dopo il ca-poluogo Logroño.
Tra i vari monumenti spicca la Cattedrale gotica di Santa Maria (XV-XVII sec.). Famose sono le funzioni che si tengono per la Settimana Santa.
Colazione in un bar. Michela aveva ancora male ma pareva miglio-rata. Alle 10.15, quando decidevamo di partire, un ragazzo in bici ci ha vivamente consigliato di fare la caretera nazionale perché il sentiero del cammino è impraticabile per le nostre bici sportive dai copertoni leggeri. Abbiamo così preso la N 232: 50 km su una larga strada con un ampio carrillo, corsia laterale, in mezzo al nul-la, solo campagna e colline brulle.
I primi 20 km sono stati in salita per superare una serra che sbarrava il passaggio, poi un su e giù tranquillo. Paesi pochi, El Vi-lar de Arnedo prima della serra, e di la, Ausejo e Agoncillo dal grande polo industriale. A 10 km da Logroño la strada è diventata una trafficata e pericolosa autovia, superstrada, a tre corsie che non mi piaceva. È vero che non c’erano cartelli di divieto bici ma mi aspettavo la polizia da un momento all’altro. Siamo riusciti a uscire a Varea, ormai periferia che, dicono, sia stata fondata da un nipote di Noè.
A Logroño siamo arrivati alla 13,30 nel bel mezzo di una sagra. Attorno alla Cattedrale di S. Maria de la Redonda c’era un mare di gente, molti con foulard di appartenenza a qualche clan, o con-gregazione e bande che suonavano. Abbiamo scambiamo qualche parola e una foto con due musicisti. Ci han detto che era la festa di S. Matteo e durava una settimana.
Logroño fa 150.000 abitanti ed è il capoluogo della Rioja, una re-gione dichiarata autonoma dalla Castiglia e Leon solo ne 1982 e fra le più piccole della penisola. La sua storia è comune a quasi tutte le città del nord: fondata dai celtiberi, amministrata dai romani, conquistata dagli arabi e liberata dal Cid. È rinomata per il suo vino, il primo spagnolo ad essere qualificato DOC. Fra i mo-numenti, il medioevale ponte di pietra.
Abbiamo fatto il timbro all’albergo del pellegrino e poi mangiato un trancio di pizza seduti a un bar tra l’andirivieni della gente in festa. Abbiamo sostato anche per far riposare il ginocchio dolo-rante di Michela che intanto ci aveva messo del ghiaccio.
Siamo ripartiti dopo un’ora abbondante, passando davanti alla chiesa di Santiago el Real, dove nel 2011 avevo dormito in sacre-stia su bassi materassini. Siamo usciti dalla città passando dal grande Parco S. Miguel e poi dallo stagno della Graquera. Ora eravamo sul Cammino Francese, quello più conosciuto e frequen-tato e infatti abbiamo cominciano subito a incontrare pellegrini in buon numero.
Una robusta francese di mezza età spingeva la bici carica, più pesante di lei, su uno dei tanti duri strappi. Abbiamo visto una grande sagoma di toro in cima ad una collina come se ne vedono molti in Spagna, del resto è terra di tauromachia. Ho letto invece che queste sagome erano state poste per pubblicizzare il vino Osborne ma poi sono diventate il simbolo della Spagna.
Una decina di km di sali e scendi tosti, in buona parte su sterra-to e siamo arrivati a Navarrete dove abbiamo fatto il sello e be-vuto una caña, birra alla spina, all’albergo del pellegrino. Vi erano vari pellegrini che attendevano una camera e metà erano italiani.
Prima di Ventosa abbiamo sbagliato strada e quando l’abbiamo ri-trovata era una sterrata sassosa che saliva a strappi duri, a volte col fondo rovinato dalle piogge. Spingendo a mano le bici siamo giunti all’Alto di S. Antonio dove una volta c’era un albergo per pellegrini. Da lì siamo scesi in picchiata, con le dovute attenzioni, perché la carreggiata era proprio brutta e appena abbiamo potuto abbiamo preso la caretera asfaltata.
Abbiamo passato il Pojo de Roldan dove si narra che Orlando ab-bia sconfitto il gigante saraceno Farregut e finalmente siamo ar-rivati a Nàjera. [si legge Nàchera] Anche in questa tappa abbiamo fatto oltre 80 km. Erano le 18,15. Michela è stata stoica e ha te-nuto duro malgrado si vedesse che soffriva.
Il primo albergo del pellegrino era pieno e così abbiamo trovato posto a quello degli Amici del Cammino, il più spartano. C’erano tanti italiani. Han voluto solo un donativo e ho dato 10 €. Alle 22 avrebbero chiuso le porte e spento la luce. Docce e gabinetti era-no pochi. Siamo andati a mangiare due carbonare.
Nàjera, che si adagia ai piedi di uno sperone di roccia rossa, al tempo dell’invasione araba, quando Pamplona venne distrutta, fu capitale del Regno di Navarra e nella chiesa di S. Maria la Real sono seppelliti vari Re e Regine di Navarra. Anche qui c’era festa, con bande e concerti; festeggiavano S. Maria ma anche la ven-demmia, una sagra che dura un mese. Peccato che noi dovevamo rientrare alle 22. Però abbiamo ugualmente trovato il tempo per due chupitos, cicchetti, e qualche mossa di salsa sulla musica del-la festa.
L’indomani mattina avremmo dovuto lasciare l’albergo prima delle 7,30 e prevedevano brutto. Eravamo in novanta e ci immaginavo per la notte i concerti dei russatori. In spagnolo russare si dice roncar, come il mio cognome.  
BELORADO
IV TAPPA: 19 SET, LUNEDÌ = NÀJERA – BELORADO = 48 KM

Qualche roncadores si è sentito, uno proprio vicino a me. Miche-la, poi, che soffre un po’ di claustrofobia non ha chiuso occhio in quel casermone buio, caldo e umido senza una finestra, con un’aria pesante di sudore e odori e gli sciacquoni dei gabinetti sempre in funzione. Anch’io ero sveglio alle 3. Non è che la prima esperien-za con gli alberghi pubblici sia stata di buon impatto. Andando avanti vedremo come comportarci.
Alle 4,30 aveva cominciato a piovere. Alle 6 han ridato la luce. Alle 7,30, quando siamo usciti, non pioveva più ma era nero e buio perché a queste latitudini il sole sorge più tardi. Abbiamo tirato in lungo un’oretta al bar di sera prima in attesa che schiarisse.
Avremmo voluto arrivare a Burgos, una novantina di km sulla car-ta, ginocchio di Michela e pioggia permettendo. Per evitare sor-prese abbiamo imboccato la N 120 e pedalato 15 km in salita su una strada ampia ma dove non passava nessuno perché il traffico era tutto sulla nuova autovia che correva parallela. La campagna era diventata verde ma deserta e, a parte un paio di paesini in lontananza, non c’era nulla. Altri 5 km in falso piano e siamo arri-vati a S. Domingo de la Calzada.
Qui sorge una bella cattedrale, dedicata a un miracolo di polli ri-portati in vita quando erano già cotti da S. Domingo. È il miracolo forse più inverosimile di tutto il Cammino, più della gamba ricre-sciuta del Pilar. Fra le tante cose che posseggo inerenti al Cam-mino di Santiago, ho anche un libro che descrive tutti gli innume-revoli prodigi che si narrano nelle varie località del percorso.
Volevamo visitare la cattedrale ma era chiusa. Nel mio primo Cammino c’ero riuscito e mi ricordo che due polli erano tenuti in una gabbia. Ci han detto che c’erano ancora ma venivano cambiati ogni due ore. Compriamo le conchiglie simbolo dei pellegrini per-ché non le avevamo ancora.
Un cappuccio e una ginocchiera presa da Michela ad una farma-cia. Anche qui c’era festa e una banda sfilava per le vie. Siamo ri-partiti alle 10,30 pedalando sempre sulla caretera tanto anche il Cammino andava quasi parallelo. A Grañon abbiam visitato la chie-sa di S. Juan, buia ma ricca di orpelli, col bel retablo e il pavimen-to in legno. I retablos sono delle grandi tavole lavorate in legno che ricoprono la parete dietro all’altare. Sono assai scenografici e, nelle chiese più importanti, sono di preziosa fattura.
La tranquilla ma monotona N 120, alla fine ci ha annoiato e così abbiamo scelto la pista del Cammino. Non è stata una decisione saggia perché abbiamo trovato uno sterrato che passava nella de-serta campagna con strappi che facevano scivolare le ruote, roba da spingere a mano e Michela aveva male e faticava parecchio.
Quando siamo entrati nella regione della Castiglia – Leon, in pro-vincia di Burgos, la campagna è ritornata arsa. In compenso il cie-lo era assai migliorato. A Redecilla del Camino abbiamo ripreso l’asfalto. Alle 13 abbiamo fatto sosta per un frutto a Viloria de la Rioja, paese di quattro case dove è nato S. Domingo, quello del miracolo dei polli. Lì abbiamo preso la decisione di terminare la tappa al paese successivo, Belorado perché Michela soffriva e poi si era alzato il vento.
Quando ci siamo arrivati il contakm segnava 50 km, erano quasi le 14 e stavano sbaraccando il mercato. Abbiamo cercato un al-bergo ma erano tutti completi. Ci han detto che in maggio e in settembre i pellegrini sono molto numerosi. Siamo riusciti a tro-vare all’hotel ‘Jacopeo’, per 60 €, l’ultima stanza libera.
Due tortillias, torta salata, per calmare lo stomaco e poi un lungo riposo per far riposare il ginocchio. A Burgos saremmo arrivati l’indomani e per evitare di girare anche là in cerca di una stanza abbiamo pensato bene di prenotare con internet che è anche più economico 36 €.
Belorado lo conoscevo perché avevo fatto tappa. È un paesone turistico con una bella piazza rotonda. C’è una strada dove son im-presse nel selciato le orme di spagnoli importanti, politici, artisti, sportivi, e poi vari muri dipinti.
Alle 7 siamo usciti per cenare. Io ho mangiato il menù del dia, il pranzo per i pellegrini, mentre Michela, allergica a cipolle e po-modori e che quindi ha sempre difficoltà nel trovare le pietanze, si è contentata di due uova e patate – qui cucinano molto le uova – il tutto a sole 16 €.
Al ristorante abbiamo conosciuto Generoso, un napoletano che stava facendo il pellegrinaggio a piedi ed era ortopedico il qual-che ci ha detto che il ginocchio di Michela potrebbe avere una micro frattura. Andiamo bene. Un saluto in tutte le lingue ai pre-senti. Un paio di chupitos e poi siamo ritornati in hotel.  
BURGOS
V TAPPA: 20 SET, MARTEDÌ = BELORADO – BURGOS = 62 KM

Desayuno, colazione, all’hotel. Abbiamo acquistato qualche ciba-ria e siamo partiti alle 10,30. Il ginocchio di Michela va meglio e quindi abbiamo preso la pista in terra battuta sbagliando, pero, subito strada e se non fosse stato per due donne che passeggia-vano nella campagna chissà quanta ne avremmo fatto prima di renderci conto.
Si trattava di una larga carraia che saliva e scendeva con alcuni strappi dove abbiamo spinto a mano ma che comunque abbiamo te-nuto per una dozzina di km. Siamo passati da paesini di quattro case nella campagna a perdita d’occhio. Tosantos col suo eremo che spicca su uno sperone di roccia, Villambista, Espinosa del Ca-mino fino a Villafranca Montes de Oca dove ci siamo fermati per un sumo, succo e il sello.
Da lì cominciava la Pedraja, una salita tosta di una decina di km che, per non affaticarci troppo, abbiamo deciso di fare sull’asfalto della N 120, che continuava a seguirci da vicino. Sa-lendo abbiamo ritrovato la francesotta vista uscendo da Logroño; stava ancora spingendo la bici stracarica su quelle pendenze. Ho scambiato due parole e mi ha stupito che venisse in bici dal nord della Francia. Sulla cinquantina, piccola ma non così rotonda, di grande carattere, non ho potuto che complimentarmi.
Passavano vari camion con trasporti eccezionali, portavano car-rozze bianche di treno. Un’ora a pigiare sui pedali fino ai 1150 m d’altezza della Pedraja. Poco oltre, a un descanso, parchetto pik nik, davanti all’ermita della Virgen de la Peña, una chiesetta soli-taria abbandonata, ci siamo fermati a mangiare. Erano le 13 e avevamo fatto 25 km.
Quando abbiamo ripreso, la strada ha cominciato a scendere con successivi su e giù. È ritornata a salire allorché abbiamo imbocca-to la deviazione per S. Juan de Ortega: 4 km duri. Qui c’è un grande monastero con un albergue spartano e un’unica taverna. È famosa la chiesa per il miracolo dell’ortica con la quale S. Juan, seguace di S. Domingo, guariva le donne dalla sterilità e ci andò a pregare, con successo, anche la regina Isabella. Un miracolo, si può dire, pruriginoso. L’abbiamo visitata nella speranza di osser-vare il raggio di sole che penetra da una fessura, illuminare la tomba del santo, effetto che si presenta solo nei solstizi di pri-mavera e autunno. Non siamo riusciti vederlo, anche se era il 20 settembre.
Abbiamo conosciuto Sara una giovane siracusana laureatasi il mese prima. Ha voluto fare il cammino perché “ora o mai più” ma era piuttosto delusa. “Troppa gente che prenota in anticipo gli al-berghi- affermava -e troppo business.” In effetti in molti luoghi il cammino è una grossa fonte di sostentamento per i locali. Bella ragazza, alta, stava riposando perché soffriva di tendinite e ave-va una busta di ghiaccio. Si è complimentata per la nostra età.
Abbiamo rivisto per il terzo giorno consecutivo uno che, in bici, tirava una carrozzina con dentro un cane lupo triste. Ci è parso alquanto clochard.
Siamo ripartiti dopo aver fatto il sello all’albergue. Abbiamo continuato a tenere l’asfaltato anche perché nel frattempo mi ero accorto che il copertone dietro di Michela si stava tagliando. A Burgos avremmo sicuramente trovato un ciclista per cambiarlo. Siamo scesi per una decina di km su una strada stretta e poco battuta, con i girasoli ormai avvizziti nei campi. Abbiamo viaggiato nella piana di Atapuerca, importantissima area archeologica dove sono state rinvenute ossa dell’Homo Antecessor, l’uomo più vec-chio d’Europa.
Dopo Rubena ci siamo ritrovati sull’autovia N 1, una larga strada di veloce scorrimento con due corsie per marcia molto trafficata e, malgrado una larga carreggiata al margine, non vedevamo l’ora di uscire. Abbiamo dovuto arrivare fino alla periferia di Burgos per riuscirci; lì abbiamo trovato una lunga ciclabile che seguiva un rio.
Abbiamo chiesto di un ciclista ad uno in bici che, gentile, ci ha accompagnato alla tienda, negozio. Erano le 16 e stava aprendo, così in mezzoretta ci ha sostituito il copertone e sistemato il por-tapacchi con una sbarretta di ferro. Le linguette di plastica ave-vano comunque fatto egregiamente il loro lavoro. Ha voluto 42 €, non proprio economico ma di fronte a un’emergenza…
Abbiamo quindi pedalato pigramente nelle strade di Burgos verso la bella Cattedrale di S. Maria dove è la tomba del Cid Campea-dor, l’eroe romantico della riconquista spagnola sui mori. L’abbiamo visitata subito altrimenti avrebbe chiuso, legando le bi-ci ad un palo. Una vecchia che chiedeva la carità, a cui abbiamo dato qualche spicciolo, ce le ha tenute d’occhio.
Lo stile gotico – fiorito, sviluppatosi in 500 anni, tanto sono du-rati i lavori di costruzione, ne fanno una delle più belle chiese in assoluto, ingentilita da due torri in facciata di 84 m, con le guglie che sembrano in filigrana. È stata riprodotta sui 2 € celebrativi del 2012.
All’interno, a tre navate, numerose le cappelle con gli altari de-corati da imponenti retablos. Nel coro centrale, sul pavimento sotto la volta a stella, vi è l’urna con le spoglie del Cid e della mo-glie Donna Jemena. Tanti erano i visitatori e i gruppi turistici. Molto visitata anche la Scala Dorada in stile rinascimentale ita-liano. Vi è anche un museo con una ricca pinacoteca.
Sulla parete d’ingresso vi è un insolito fantoccio collegato all’orologio che apre la bocca al battere delle ore, per cui è stato soprannominato Papamoscas, l’acchiappamosche; è la curiosità di tutti e lo fotografiamo anche noi. Siamo rimasti nella cattedrale quasi un’ora e poi ci siamo avviati verso il nostro albergo, l’hostal Monjes.
Trovarlo è stato difficile. Ci siamo affidati a Google Maps che ci diceva di prendere la direzione nord-est fino all’incrocio tot come se io, Giorgio del Lago Maggiore, avessi saputo dove è, a Burgos, il nord-est. Era abbastanza centrale, appena fuori la porta di S. Jean, ma che fatica rintracciarlo. Si trattava di un grande alber-go di 6 o 7 piani. Dovevano avere qualche problema di prenotazio-ne per via dei numerosissimi pellegrini. Ci han fatto sistemare le bici ma abbiamo dovuto aspettare una mezzoretta prima di avere la camera. Una sessantina di chilometri li avevamo fatti.
Doccia e a mangiare una pizza verso il centro. Ogni locale pubbli-co aveva la tv che, immancabilmente, era collegata con qualche partita di calcio o in diretta da Barcellona in subbuglio, dove si attendeva l’evolversi del referendum e delle rivendicazioni auto-nomistiche della Catalogna. Quindi una visita notturna nelle stra-de attorno alla piazza della cattedrale a passo lento perché Mi-chela zoppicava sempre. Bella la porta di S. Maria illuminata così come altre chiese e monumenti. Tante le statue, ma dev’essere un’usanza comune a tutta la Spagna.
Burgos ha una storia importante, oltre ad aver dato i natali al Cid, è stata la capitale della Castiglia nell’XI sec. Deve la sua for-tuna al fiorente mercato di lana che si teneva in passato e a es-sere un punto strategico sulla via per Santiago. Fa 165.000 abi-tanti ed è capoluogo di provincia. È veramente una bella città.
Nel ritornare all’albergo ci siamo persi ancora nelle vie della cit-tà e quando ritroviamo l’albergo è ormai tardi. Michela ha preso un antidolorifico e messo del ghiaccio secco acquistato in serata.  
LA MESETA
VI TAPPA: 21 SET, MERCOLEDÌ = BURGOS – VILLALCAZAR DE SIRGA = 84 KM

Colazione ad un bar e, alle 9,30, siam partiti tenendo la lunga ci-clabile sull’alea alberata che seguiva il rio Arlanzòn. Era una gior-nata limpida ma faceva freddo, la notte era sceso fino a -4°. Tap-pa di giornata: Villalcazar de Sirga, un’ottantina di km. Ormai avevamo deciso per gli hostal e così abbiamo prenotato al ‘Canti-gas’ per 40 €. Il ginocchio di Michela, come tutte le mattine, va meglio.
Sempre sulla N 120 abbiamo passato Villalbilla de Burgos, Tarda-jos, Rabè della Calzada, dove abbiamo preso un cafè e leche, cap-puccio, e qualcosa da mangiare. Molti erano i pellegrini a piedi quella mattina, tanti italiani come sempre; abbiamo scambiato due parole con un giovane bolognese dai capelli rasta. Da lì seguendo le frecce, ci siamo ritrovati sulla pista sterrata senza possibilità di uscire e non abbiam potuto far altro che seguirla. Pedalavamo ormai nella meseta, una specie di deserto d’erba brulla tra mam-melloni e collinozze senza un albero e a volte ci veniva da chie-derci dove mai fosse finito il mondo.
La strada era in leggera salita, con un fondo sterrato abbastan-za compatto ma con strappi che facevano scivolare le gomme e bi-sognava spingere. Quando ha terminato di salire è stato anche peggio perché la discesa su Hornillos del Camino era in picchiata e il fondo decisamente peggiorato, tanto da fare lunghi tratti con la bici a mano. Però, quella strada serpentina nella campagna con il paese sul fondo, era suggestiva.
A Hornillos siamo arrivati quasi a mezzodì dopo 20 km. Ci siamo fermati a un bar per un aperitivo e il sello. Abbiamo ripreso sem-pre nel deserto della campagna brulla, passando da San Bol, una piccola oasi verde nella meseta dove c’è un isolato albergo del pellegrino. Quando Dio ha voluto, siamo arrivati a Hontanas, un pugno isolato di case dove l’altra volta avevo fatto tappa.
Abbiamo rivisto il ciclista bohemien col cane. Si chiamava Ricar-do ed era brasiliano. C’erano vari pellegrini in bici ma erano molto di più i camminanti. Ci siamo fermati solo un quarto d’ora. Quando ci siamo rimessi in sella, abbiamo ripreso la caretera asfaltata più adatta alle nostre bici sportive.
Ci siamo fermati ancora un attimo a S. Anton dove ci sono i ru-deri di un convento medioevale e dove abbiamo incontrato due campani, padre e figlio con bici da corsa che facevano solo asfalto e si fermavano, come noi, in hostals, ma c’è ne sono tanti che scelgono questa risoluzione più pratica. Del resto ognuno fa il cammino che vuole e come meglio crede.
Castrojeriz era annunciato dai ruderi del grande Castillo in cima a una collina, fortilizio che ha visto le battaglie tra arabi e cri-stiani. In paese abbiamo scambiato due parole con un francese che, per festeggiare la pensione, era partito in bici da casa, da Parigi, aveva percorso il Cammino del Nord e stava tornando da quello Francese: la Vuelta. Sul Cammino si trova ogni tipo di pelle-grino, ognuno col proprio particolare e con la propria tipicità.
Come altri ciclisti non abbiamo fatto lo strappo spacca gambe del Mosterales preferendo la provinciale che lo aggirava. Una de-viazione che conosco perché l’altra volta, qui avevo sbagliato strada e un cane mi aveva inseguito. Alle 15 ci siamo fermati a Ca-strillo Mota de Judios a mangiare in un parchetto davanti alla chiesa. Non si vedeva nessuno, pareva un paese disabitato. Una breve telefonata per fare gli auguri di buon compleanno a mia mamma e poi avanti su una strada in saliscendi sempre dritta con pochissime macchine e nient’altro che campagna. Abbiamo incon-trate solo Itero del Castillo e Itero della Vega, aldee, ovvero frazioni con lo stesso nome, divise dal rio Pisuerga dove corre il confine fra le provincie di Burgos e Palencia.
Michela soffriva e la pedalata si è fatta lenta. Il ginocchio non era gonfio però era bolliva. Il cielo è sempre stato limpido e il so-le era caldo tanto che in mezzo alla campagna abbiamo tolto la maglietta. Non si vedeva più nessun pellegrino. Dopo 15 km ci sia-mo fermati brevemente a Boadilla del Camino per il sello, una bi-bita e una foto al ‘rollo Jurisdiccional’, la colonna finemente scol-pita dove una volta si teneva giustizia, simbolo del paese. Erano le 17, avevamo fatto 60 km e ne mancano ancora 20.
Un’altra ora e abbiamo incrociato Fromista con le sue quattro chiuse in successione sul Canale di Castiglia, poi Poblacion de Campos, Rovenga, Villarmentero, paesini di quattro case e infine Villalcazar de Sirga.
Alle 6.45 siamo arrivati all’Hotel Cantigas, che avevamo prenota-to per 40 €. I km erano diventati più di 80. Eravamo stanchi e Mi-chela dolorava e ha chiesto del ghiaccio. Era un buon hostal anche questo che deve il nome alle cantigas, poesie medioevali cantate dai trovatori e dedicate soprattutto alla Santa Vergine. Si pote-va cenare quindi non ci siamo più mossi. Villalcazar de Sirga del resto è una piccola borgata e c’è poco da vedere se non la grande chiesa di S. Maria la Blanca costruita dai templari che è proprio di fronte all’hotel.
Fino a quel momento avevamo fatto 430 km, più o meno metà strada. L’indomani avremmo valutato quanto pedalare. Michela è caparbia, ma non vorremmo danneggiare il ginocchio. Certo una bella sfortuna e sì che quel giorno avevamo fotografato il km 13 perché portava buono.  
RELIEGOS
VII TAPPA: 22 SET, GIOVEDÌ = VILLALCAZAR DE SIRGA – RELIEGOS = 88 KM

Abbiamo pensato che una sessantina di km fossero la distanza giusta e così avevo prenotato con una mail un hotel a El Burgo Ra-nero. Abbiamo fatto colazione e timbro all’hotel, poi, prima di partire, una foto con la statua del pellegrino seduto sulla piazza della chiesa di Villalcazar. Ogni paese ha la sua statua del pelle-grino a volte più d’una. Abbiamo rivisto una coppia in bici incontra-ta ieri fuori Castrojeriz, sono svizzeri, di Losanna.
Abbiamo lasciato il paese alle 9,45 e subito tre brasiliani ci han chiesto dove potevano trovare un ciclista perché uno aveva rotto due raggi. La mia guida diceva solo a Sahagun. Uno di loro, sen-tendo che siamo di Varese – Milano, ci dice che anni fa ha corso la Stramilano con Gelindo Bordin, era arrivato 5°. Un campione.
Per arrivare a Carrion de Los Condes ci sono solo 6 km sulla pro-vinciale, anche per chi va a piedi. È una cittadina che al tempo dei pellegrinaggi aveva un’importanza maggiore di oggi e possedeva ben dodici alberghi per i pellegrini. Non ci siamo fermati nemmeno per il sello.
Abbiamo ritrovato la lunga N 120 che saliva sempre leggermente nella campagna a perdita d’occhio. Due o tre paesini. Una sosta per sistemate con elastici, i freni dietro di Michela che non ri-tornavano e la frenavano e dopo un’ora abbondante siamo a Cal-zadilla della Cueza. Un caffè ad un bar – hostal, timbro e qualche chiacchiera con una coppia di friulani di Spilimbergo. Avevano un figlio che lavorava in un Carrefour di Varese. Sul Cammino si fan-no due parole con gente di ogni nazionalità, nel limite del com-prensibile, dunque è naturale che con gli italiani si parli di più.
Siamo ripartiti dopo mezz’ora. Sul marciapiede in terra battuta c’erano molti pellegrini, di ogni razza e genere. C’era chi cammi-nava con l’ombrello per ripararsi dal sole, chi con zaini enormi e chi, invece, i sacchi li aveva caricati sul servizio pulmini che è sta-to istituito su tutto il percorso. In confronto al mio primo Cammi-no, tutto era diventato più business ma va bene così; ci sono loca-lità che vivono di mare, altre di montagna, qui di pellegrini.
Ci siamo poi fermati a Lèdigos che erano le 12,30 passate, per mangiare un boccadillo, panino. in un bar preso d’assalto. Pareva il paese delle mosche da tante che ce n’erano, fastidiose. Abbiamo scambiato alcune opinioni con un ragazzo di Ravenna che aveva due borsette leggere sulla bici. ”Il necessario” ha detto. “Come per noi” gli ha fatto eco Michela.
Siamo ripartiti alla 13,30 con 35 km nelle gambe. A lato della N 120 ha cominciato a viaggiare l’autostrada, l’Autovia del Cammino di Santiago. Il ginocchio di Michela non migliorava e allora abbia-mo pensato che sarebbe stato troppo dannoso pedalare sulle mon-tagne dopo Leon, scalate lunghe e impegnative come la Cruz de Hierro, e il Cebreiro e quindi le avremmo passate con un pullman di linea. Dal Cebreiro poi ci sarebbero stati ancora circa 200 km, quelli canonici per avere la Compostella, il documento dell’avvenuto pellegrinaggio che danno a Santiago.
Siamo andati avanti per altri 15 km sempre sulla caretera nazio-nale N 120. Un su e giù continuo e abbordabile con a lato la pista dei pedoni e l’autostrada parallela. Tre paesini di poche case e, in un’ora, siamo arrivati a Sahagun, centro del cammino, come dice-va un monumento, ma non per noi che ne avevamo già fatti più del-la metà. Abbiamo cercato un ciclista per sistemare i freni di Mi-chela ma era chiuso. Una caña, birra alla spina e siamo ripartiti.
Mancavano una ventina di km per arrivare a El Burgo Ranero. Quelli dell’albergo però non avevano ancora risposto alla mia mail per confermare. Calzada del Coto, Bercianos del Real Camino e infine El Burgo Ranero. Erano le 5,30 e avevamo fatto più di 70 km. All’albergo ci han detto che erano completi da un mese e non hanno risposto perché sono troppe le mail di richiesta e perde-rebbero troppo tempo. Siamo rimasti stupiti. Va bene il business ma cosi, però, ci è parsa una cosa sfacciata. Abbiamo cercato un altro hotel e poi all’albergo comunale ma era tutto pieno.
Ci siamo un poco preoccupati. Siamo entrati in un bar a chiedere se facevano ostello anche perché Michela ormai zoppicava visto-samente. Non tenevano stanze ma la ragazza, Maria Jesus, inte-nerita dalle condizioni di Michela, ci ha aiutato con qualche tele-fonata riuscendo a trovarci una camera al paese successivo, Re-liegos, 12 km. Abbiamo consumato qualcosa per sdebitarci. C’era anche un altro italiano sulla cinquantina, con carrello portaborse, che non trovava posto, stanco e abbattuto, probabilmente ha aiu-tato anche lui; certo a piedi a quell’ora sarebbe stato duro arriva-re fino Reliegos. Un abbraccio a Maria Jesus e siam ripartiti.
Usciti da El Burgo Ranero, abbiamo sbagliato un’altra volta stra-da e siam dovuti ritornare. “Por Reliegos todo recto” tutto dritto, ci han detto. La giornata da limpida si era vieppiù velata, in com-penso la temperatura era giusta. 15 km su e giù su una strada se-condaria poco battuta, sperduti nella campagna che ora ci ricor-dava un poco la pianura padana. Abbiamo visto un paio di croci di pellegrini morti sul cammino; ce ne sono molte. Alle 18,45 siamo arrivati all’hotel di Reliegos, il Gil, 30 €. Alla fine abbiamo fatto 88 km, ben 25 in più dei preventivati.
Le proprietarie, madre e figlia, sono state gentili, come del re-sto, salvo poche eccezioni, lo sono stati tutti sul Cammino. Alle 22 bisognava rientrare ma noi non avevamo nemmeno voglia di muo-verci, e poi per andare dove in quel paesino di due strade. Abbia-mo cenato con paella per me e calamari per Michela condizionata dalle sue allergie. Due caffè e a dormire.
L’avventura del giorno ci ha fatto decidere di desistere dal pe-dalare. Sarebbe stato troppo pericoloso per Michela. Stoici ed eroici d’accordo, ma con judicio. Quindi abbiamo prenotato per l’indomani a Leon, ormai a solo 20-25 km e poi avremmo continuato coi pullman, facendo tappa nelle città principali a partire da Pon-ferrada.  
LEON
VIII TAPPA: 23 SET, VENERDÌ = RELIEGOS – LEON = 28 KM

Siamo partiti da Reliegos alle 8.45 senza colazione perché non c’era un bar aperto, neanche il nostro. Faceva un freddo barbino con un’aria pungente che tagliava faccia e mani. Mezz’ora e siamo arrivati a Mansilla de la Mulas, già borgo cintato da mura ancora in parte visibili. Desajuno, sello e analgèsico per Michela. La stra-da era divenuta la N 601.
Puente Villarente, Arcahueja ed è cominciata la lunga e noiosa periferia di Leon. Siamo arrivati all’albergo S. Francisco, un gran-de ostello religioso, a mezzo giorno dopo quasi 30 km. Abbiamo la-sciato bici e bagagli alla reception perché la camera non era an-cora disponibile. Ci siamo cambiati ai servizi e siamo usciti a visi-tare la città.
La nostra avventura di bicipellegrini, con tanto rammarico, si è conclusa lì, dopo 8 tappe e 550 km. Ne sarebbero mancati ancora più di 350, ma sarebbero stati i più duri con le salite più faticose e anche gli ultimi 200 che contavamo di fare, sarebbero stati in-cessanti sali e scendi impegnativi e pericolosi per il ginocchio di Michela. 
TURISTI

Credeteci, c’è voluto del coraggio ad abbandonare la via per Santiago, ma si sa che il Cammino è come la vita ognuno fa quel-lo vuole e che riesce, in base alle qualità, alle possibilità e alla for-tuna perché può essere sufficiente una banalità come un semplice sasso ad obbligarti a rimescolare le carte. L’importante però è trovare nuovi stimoli e noi li abbiamo trovati facendo diventare questa avventura compostellana, un viaggio turistico così da con-tinuare il nostro diario narrandovi le città che visiteremo, comin-ciando dalla città storica di Leon.
Città romana, deve il nome alla ‘VII Legio Gemina’, la legione romana che qui mise l’accampamento e importanti vestigia si ve-dono ancora sparse nel centro storico. Il suo simbolo è un leone, ma a ben vedere avrebbe dovuto essere l’aquila romana come ho detto a uno del luogo con il quale ho scambiato qualche parola. Nel medioevo fu capitale del Regno di León, uno dei più impor-tanti dell’epoca dove, nel 1188, sono nate le Cortes, considerate le precorritrici del sistema parlamentare moderno, allorché il re con nobili, clero e popolo, si radunarono congiuntamente per la prima volta in Europa. Oggi è capoluogo di provincia, fa 140.000 ab. Molti i suoi monumenti così, avendo ormai il tempo libero, decidiamo di visitarne alcuni in maniera più approfondita.
Cominciamo dalla Cattedrale dell’ Assunzione di S. Maria in sti-le gotico dalle bellissime vetrate, le più grandi d’Europa con quel-le di Chartres. Iniziata nel 1205 sul luogo dove c’erano le terme della VII Legio, ci vollero 200 anni per essere finita. Nel XIX sec. pericolosi cedimenti alla cupola obbligarono la sua restaurazione, un lavoro di architettura notevole e delicato col timore che tutto crollasse come un cartello di carte. Ci stiamo un bel po’ di tempo con la guida auricolare.
Usciti, Michela si fa fare uno shampoo come si deve in una pelu-queria, mentre io prenoto un albergo per domani a Ponferrada per dove abbiamo già acquistato il biglietto del bus. Due vasi di vino tinto, due bicchieri di rosso e qualche tapas, per mettere giù qualcosa e poi ritorniamo all’albergo per prendere la stanza. Ri-posino e ritorniamo a vedere la città.
Visitiamo l’antica basilica di S. Isidoro, chiesa romanica del X sec edificata nel luogo dove sorgeva il tempio dedicato a Mercu-rio. Vi si trova il Pantheon Reale di León con le sepolture di una trentina di Re e Regine e infanti. Le truppe rivoluzionarie napo-leoniche le profanarono disperdendo le ossa tanto che ancora oggi è impossibile stabilire a quale reale appartenevano le spoglie recuperate poi.
Alle 17 andiamo a visitare Casa Botines, costruita da Gaudì che avevamo prenotato in mattina. Ci accompagna Diego, un giovane che ha vissuto un poco a Firenze e mastica l’italiano. È appassio-nato e ci racconta di Gaudì e della casa voluta da grandi com-mercianti di stoffe e poi passata a una banca. Ora è una fondazio-ne privata che, solamente da tre mesi, l’ha trasformata in museo aperto al pubblico. Ci sono anche vari quadri di pittori spagnoli del secolo di Gaudì, il XIX. Diego parla un italiano spagnoleg-giante e così mi ringrazia per qualche precisazione e per l’interesse che dimostro alla storia.
Terminata la visita, facciamo una foto con la statua di Gaudì se-duto su una panchina in piazza che ammira la sua opera. Poi ci perdiamo nelle strade del casco antiguo, centro storico, attorno al-la cattedrale e alla bella Plaza Mayor con il Municipio, fin quan-do non decidiamo di cenare: pulpo gallego io e spaghetti alla car-bonara Michela.
Nel ritornare rivediamo Ricardo il pellegrino portoghese col cane che sta chiedendo la carità. Dice che gli hanno rubato soldi e cellulare. Non sappiamo se sia vero, abbiamo più l’idea che faccia il giramondo vivendo di elemosine ed espedienti, ma gli diamo 10 euro. Un personaggio del genere quando deciderà di fermarsi chissà quanti astanti incanterà con le sue storie di pellegrino.
Un’ultima sosta al bar davanti all’albergo per un chupito è una borsetta di ghiaccio. Il barista ci dice che sono tre mesi che non piove e non è buona cosa. Noi pero speriamo resista ancora una settimana.  
PONFERRADA
23 SET, SABATO = LEON – PONFERRADA IN BUS = 110 KM

Il bus della compagnia Alsa parte alle 10,15 ma per non far tar-di, alla stazione arriviamo un’ora e mezza prima. Smontiamo la ruota anteriore e la fissiamo al telaio. Colazione e aspettiamo l’orario al bar. Ci fanno mettere la bici nel portapacchi sotto. Facciamo un paio di fermate: a Hospital de Horbigo, famoso per il suo ponte romano- medioevale a 20 arcate, il più bello sul Cammino, e Astorga, davanti al famoso palazzo vescovile di Gaudi, scenografico, costato un capitale; la seconda delle tre ope-re di Gaudì fuori Barcellona. L’ultima è il Capriccio, un villino di Comillas, sul Cammino del Nord, intravvista nel ‘13.
Arriviamo a Ponferrada a mezzodì e, rimontate le ruote, in mezz’ora siamo all’albergo, il Temple, nella parte nuova, un grande edificio che si rifà ai Cavalieri del Tempio come molte co-se in questa città dove esiste uno dei più bei manieri templari di Spagna. Nella stanza ci sono i letti con i baldacchini, veramente una cosa lussuosa per 54 €.
Dopo esserci rinfrescati e cambiati cominciamo la visita alla cit-tà. Ponferrada fa 70.000 ab, è una città industriale e nelle sue vi-cinanze vi sono cave minerarie. Deve il nome al ponte medioevale sul rio Sil, rinforzato in ferro. È provincia di Leon ma è il capo-luogo della comarca del Bierzo, un vasto territorio verde che fu già provincia. Le Comarche sono delle aree a livello turistico – culturale senza valore politico, nelle quali è divisa tutta la Spa-gna.
A Ponferrada nel 2014 vi si tennero i mondiali di ciclismo e graffiti, réclames e gadget lo ricordano ancora. Prima tappa, e non può essere diversamente, il bellissimo Castello che domina l’abitato.
Costruito dai templari nel XII sec su una fortificazione ro-mana per dare assistenza ai pellegrini medioevali, come del resto mol-tissime opere sul Cammino, ampliato più volte, fu poi abbandona-to e in parte diroccato. Con le sue pietre fu addirittura costruita la contigua chiesa di S. Andrea. All’inizio del 1900 divenne il campo sportivo della squadra di calcio cittadina. Ha ispirato film e romanzi storici, il suo profilo inconfondibile è stato utilizzato su francobolli, biglietti della lotteria e pubblicità. Fu negli anni ‘60 che cominciò il suo recupero terminato a fine secolo. Ora atti-ra molti turisti ed è una delle opere più scenografiche sul Cam-mino. A settembre si celebra una lunga festa in costume e ancora possiamo vedere tende e figuranti nel prato interno.
Una visita la facciamo anche alla Basilica dell’Encina sorta nel Seicento per celebrare con maggior solennità l’antichissima sta-tua della vergine ritrovata, secondo la tradizione, da un Templa-re nel tronco in una quercia – encina in spagnolo – dov’era stata nascosta ai tempi dell’invasione mussulmana. È detta La Moreni-ta ed è una delle più antiche Madonne nere di Spagna. Due papi hanno voluto attestare la loro devozione: Pio XII e Giovanni Paolo II. All’interno un musicista da strada canta benissimo una preghiera.
C’è un matrimonio e arrivano invitati elegantissimi in vistosi vestiti colorati. Viviamo poi il centro storico dove ci sono vari musicisti da strada, fotografando molte cose, la Casa Consistorial – municipio – la Torre dell’orologio e qualcuna delle tante statue tra cui il barquillero, pasticciere ambulante che cuoce le barquillas, sorta di crepes. Rivediamo e salutiamo la coppia svizzera in bici che arriva in quel momento. Lei, sul mento, ha un grosso herpes da sforzo.
Vi sono vari musei: quello del Bierzo, della Radio, dell’Energia e del Ferrocarril, ferrovia, vicino al nostro albergo e che riusciamo a visitare prima di cena. Mangiamo due pizze lì vicino e poi nei nostri letti a baldacchino come due nobili medioevali. Michela malgrado non abbiamo pedalato, continua a zoppicare; speriamo non sia davvero una microfrattura come aveva detto Generoso, il fisioterapista napoletano incontrato a Belorado.
Domani visiteremo Lugo, città della Galizia sul Cammino Pri-mitivo, così detto perché ai tempi dell’invasione mussulmana, era l’unico che permetteva di andare da Oviedo a Santiago in terra cristiana.
Ah! Stasera ho ritrovato le pastiglie per la pressione 
LUGO
24 SET, DOMENICA = PONFERRADA – LUGO IN BUS = 115 KM

Colazione tranquilla in albergo e alle 12 stiamo salendo sul bus per Lugo. Non siamo riusciti a trovare posto su una corsa prece-dente. L’autista ci fa qualche storia perché le bici non sono avvol-te nel cellophane. Faccio finta di non capire come sempre quando mi fanno storie e alla fine ce le fa caricare.
Percorriamo l’autostrada A 6 che, per la prima parte, affianca il Cammino fermandosi a Villafranca del Bierzo, dove c’è un vec-chio ponte, un bel castello e un’importante chiesa dedicata a San-tiago. Posti che ho già visitato. Sosta poi a Pedrafita do Cebreiro in cima alla dura e lunga salita e dove vari camminanti scendono per continuare a piedi. Da qui l’A 6 lascia il Cammino è punta su Lugo dove arriviamo alle 13. Alla stazione facciamo subito i bi-glietti per Santiago dove arriveremo domani.
Fatichiamo parecchio a trovare l’albergo, il ‘Lucus bed’, confon-dendolo con il quasi omonimo ‘Lucus’ da tutt’altra parte. Fortu-natamente incontriamo Edoardo, un lughense che, vedendoci in difficoltà, ci accompagna. È un amante dell’Italia, ci è stato molte volte visitando più d’una città.
L’albergo è un appartamento con tre camere che Maria, la gio-vane che ci accoglie, affitta. Ci dà una camera matrimoniale allo stesso prezzo di quella noleggiata da noi, più economica con letti a castello, perché si è rotta una branda. Siamo vicini alla spetta-colare muraglia romana ancora percorribile, appena fuori la por-ta di S. Giacomo, quella che passano i pellegrini del Cammino Primitivo. Il tempo è peggiorato e minaccia di piovere.
Lugo, 100.000 ab, è capoluogo dell’omonima provincia nella re-gione della Galizia, quella più orientale della penisola. Fu fondata dai romani col nome di Lucus Augusti, ovvero ‘bosco di Augu-sto’. Pare che nell’alto medioevo fu spopolata, abitata solo da re-ligiosi che costruirono la cattedrale e ottennero il beneficio di po-ter esporre tutti i giorni, 24 ore continue, il SS Sacramento, privi-legio unico ancora in vigore.
Visitiamo la Cattedrale, romanica ma dalla facciata gotica. È un monumento di pietra a due navate, spoglia di pitture ma dai ricchi retablos sugli altari e con tante statue tra cui la “Virgen de los Ojos Grandes” (la Madonna dai Grandi Occhi), prima patrona della città. Buia come le chiese romaniche ma con un certo fascino.
Quando usciamo pioviggina e fa freddo. Sarà per il tempo sarà che è domenica ed è tutto chiuso ma non ci resta che rifugiarsi in un bar sulla Plaza Mayor. In Spagna ogni paese ha la Plaza Mayor, a Lugo è una grande alea, un parco davanti al Concello, municipio, che è un bel palazzo in stile barocco alquanto ridon-dante.
Un’occhiata alla Capilla de la Soledad vicino al Museo Provincial, una passeggiata nella parte vecchia ammirando la bella Praza do Campo – Piazza del Campo – e una camminata sulla muraglia romana, una larga strada di ronda a 10 m di altezza dalla quale si può osservare la città dall’alto. Eretta dagli antichi romani nel III – IV sec, cinge ancora il borgo vecchio; 2,5 km di bastioni percor-ribili, intervallati da una settantina di torrioni e dieci porte, si può dire la Lucca spagnola con la quale del resto divide l’origine del nome.
Ristrutturata a più riprese ora è Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Molte altre sono le vestigia romane alcune visibili nel nucleo antico e altre nei musei. In giugno si celebrano le ‘Ar-de Lucus’, feste in costume per ricordarne la fondazione da parte dei romani.
In serata andiamo in un’osteria che ci aveva consigliato Maria, a mangiare il piatto locale, ossia il pulpo gallego. Domani, sasso o non sasso, saremo a Santiago. 
TRE GIORNI A SANTIAGO
LUGO – SANTIAGO IN BUS = 170 KM

LUNEDÌ 25 SET
Partenza alle 11. Abbiamo impacchettato velocemente le bici con il cellophane da viaggio; vanno bene però risulta che ieri, quando abbiamo prenotato i biglietti, non ci han fatto pagare le bici. Lo facciamo velocemente. La linea fa una lunga deviazione, passando per La Coruna.
Con 250.000 ab. è la città più importante della Galizia, capoluo-go dell’ omonima provincia. È un porto notevole sull’oceano At-lantico. Il monumento simbolo è la torre di Ercole, di origini ro-mane. Attraversandola in bus dà l’impressione di essere assai caotica.
A Santiago giungiamo alle 13,30. Alle 14 siamo all’affitta came-re Hedrass che già conoscevo. Tre notti 120 €. Maria non è più la titolare, ora c’è il figlio Ricardo, ma rivedrò anche lei che ogni tanto si fa viva. Abbiamo tre giorni per visitare questa città e lo facciamo ovviamente partendo dalla cattedrale.
Contrariamente alla maggior parte delle basiliche spagnole, qui non c’è il coro centrale, è stato tolto nel tempo per dare più spa-zio ai pellegrini, di conseguenza la vista può spaziare in ogni an-golo. La prima chiesa venne costruita all’inizio del IX secolo, per volere di Alfonso II delle Asturie. Un secolo dopo fu incendiata dai Berberi mussulmani e le sue campane portate alla grande mo-schea di Cordoba. L’attuale cattedrale risale al 1075, e terminata nel XIII sec. per opera di Mastro Matteo in uno stile romanico fiorito.
La facciata e le due torri laterali si possono ammirare solo in parte perché nascoste dai ponteggi. Si sta infatti effettuando un restauro ormai da anni, che terminerà forse nel 2020. Al suo in-terno le attrattive maggiori sono la tomba di Santiago, la statua del Santo sopra l’altare maggiore che si raggiunge salendo una breve ma ripida scala sempre affollata, e il ‘Botafumeiro’, un’enorme incensiere appeso nella navata sopra l’altare maggiore mosso da otto chierici che attraversa tutto il transetto. Usato una volta per profumare l’aria dai fetori dei numerosi pellegrini che arrivavano stanchi, laceri e sporchi, oggidì è una curiosità che si può vedere nei giorni di festa. È capitato pure che si sia sganciato.
Siamo rimasti in chiesa parecchio tempo, c’erano pellegrini e cu-riosi di ogni lingua e paese. Usciti, in piazza do Obradoiro, quella principale, incontriamo Irma e Ivana due asciutte cuneensi arri-vate in quel momento in bici e che volevano farsi una foto insie-me. Chiacchieriamo un poco. Irma, la più anziana che ha la mia stessa età, mi dice che l’anno scorso ha fatto Parigi – Praga, 1300 km tutta su ciclabile. Si lamentano per le gomme troppo larghe usate che hanno fatto attrito. Sul Cammino abbiamo visto ogni tipo di bici: mountain bike, sportive, da corsa, elettriche, con gomme larghe, copertoncini, catorci e fuoriserie.
La sera, dopo cena, mentre girovaghiamo, conosciamo Stefano, Max, e Giovanni di Oleggio, tre simpatici amiconi in età da pen-sione partiti da Sarria, a 200 km, giusto per avere la Compostela, e poi han girato a zonzo in auto tra Santiago, Finisterre e Muxia. Ci offrono un caffè.
Il nucleo storico della città non è grandissimo ma, nel tornare all’hotel, siamo capaci di perderci e giriamo parecchio prima di trovare la porta giusta. 
MARTEDÌ 26 SET
In mattinata portiamo la bici da impacchettate per l’aereo alla ‘tienda Ultreia’ da Nauhèl, un giovane sveglio e simpatico. Vuole 60 €, e poi giovedì mattina ci farà trovare un taxi che porterà, bici e noi, in aeroporto.
Andiamo quindi alla nuova Officina del Pellegrino a farci fare l’ultimo timbro. Avendo fatto 550 km iniziali ma non i 200 finali, non avremmo diritto a nessun attestato neanche a quello di di-stanza. Scopro invece, con piacere, che c’è la possibilità, con 3 €, di avere la ‘Carta della Visitazione della Cattedrale’ e così anche noi, dopo tanto penare, non torniamo a mani vuote.
Andiamo a zonzo nelle viuzze del casco antiguo. Fotografiamo di tutto. Vorremmo visitare qualche museo, e così entriamo in quel-lo del Pellegrino dove viene narrata e riprodotta con immagini, documenti e oggetti vari, la storia e la cultura dei pellegrinaggi in generale e quello di Santiago in particolare.
Santiago è una città di 100.000 ab, nella provincia di La Coruña; è però, caso anomalo, capoluogo della regione Galizia. La sua storia segue quella della Basilica attorno alla quale sorse e si svi-luppò. Saccheggiata dai Normanni nel 968 e distrutta dai mori nel 997, divenne, per via del suo famoso e frequentatissimo Cammino, uno dei centri più importanti di Spagna. Con l’abbandono dei grandi pellegrinaggi per vari motivi, soprattutto le pestilenze e la controriforma, l’importanza andò scemando per secoli, fin quando non fu recuperato l’itinerario pellegrino, nel XX sec.
Allora la città ebbe un notevole sviluppo demografico, quadru-plicando gli abitanti e sviluppando assai l’agglomerato. L’economia è sostenuta quasi totalmente dal turismo religioso. Il centro antico conserva il suggestivo aspetto medievale con mol-tissime chiese, monasteri e ospedali (ostelli) per pellegrini. Esiste una grande università fondata nel 1532 che ne fa uno dei poli in-tellettuali del paese. 
MERCOLEDI 27 SET
Ultimo giorno, quindi lo dedichiamo soprattutto all’acquisto di regalini per tutti, e manca sempre qualcuno. In piazza Obradoiro vediamo un nutrito gruppo di ciclisti tedeschi, tutti con magliette eguali, blu, sono quelle del bicipellegrino che vendono sul Cam-mino. Sono di Francoforte, e allora fa da interprete Michela che è nata a Essen. Credo che, dopo Roma, qui si possano ascoltare il maggior numero di lingue e il bello è che riesci a scambiare due parole con tutti.
Visitiamo il Museo della Cattedrale, interessante ed esteso dove si può conoscere le origini e la storia della chiesa, le opere del Maestro Matteo e la ricostruzione parziale del suo grande coro in pietra demolito.
C‘è il Pantheon reale e una grande biblioteca dove è conservato il medioevale ‘Codice Callistino’, considerato la prima descrizione del Cammino di Santiago. Si trovano anche arazzi di Rubens e Goya, lapidi, reliquie, e altre mille cose.
Concludiamo la giornata al mercato coperto di Abastos perden-doci tra i tanti minuscoli negozietti.
Dei numerosi musei quello che attira la curiosità degli italiani è la ‘Casa de la Troya’, che non è dedicato alle case di tolleranza, ma è la riproduzione originale di una pensione per studenti di fine XIX sec. Divenne famosa perché Alejandro Pérez Lugín, che ci visse da studente, scrisse un romanzo omonimo di grande suc-cesso trasportato anche in pellicola. Negli anni Sessanta, quando stava decadendo, fu recuperata e trasformata in museo.
In questi giorni a Santiago abbiamo fotografato qualsiasi cosa: edifici storici e particolari curiosi, pellegrini stanchi sdraiati sul selciato della piazza e altri contenti che cantavano in gruppo, musicisti da strada e personaggi in costume. Abbiamo anche fatto il giro turistico della citta a bordo del trenino che parte dalla Piazza do Obra-doiro.
Tre giorni, per quanto attraente possa essere la città, non sono comunque pochi, e anche se il tempo sostanzialmente è stato cle-mente, – nubi e sole si sono alternati – l’ultimo giorno comincia-vano a essere annoiati e così abbiamo passato anche qualche ora in camera a riposare la gamba di Michela e la mia stanchezza, ascoltando la TV spagnola nelle lunghe dirette sul voto in Cata-lunya e soprattutto le continue telecronache e notizie di calcio, peggio che in Italia.  
RITORNO
GIOVEDÌ 28 SET

Lasciamo la camera assai presto e fuori dalla porta, sdraiato sulle scale, troviamo uno, ubriaco fradicio in calzoncini e magliet-ta che dorme; probabilmente ha perso le chiavi. Non si sveglia nemmeno a scuoterlo.
Decollo e atterraggio in orario. La nostra avventura è finita.
Eravamo partiti con buone prospettiva ma la sorte ha voluto di-versamente. Del resto il nostro non è il primo sasso che ha cam-biato la storia, basta pensare a Davide e al Balilla.
Un giorno ritorneremo per concluderlo questo Cammino, ma-gari arrivando fino a Muxia e avere così la nostra Compostella.
‘Buen Camino Peregrino!’

Giunti a casa Michela si è fatta visitare da un ortopedico che, fortunatamente, gli ha diagnosticato solo una grossa infiamma-zione, guarita in quindici giorni e un poco di relax. 
PERCORSO
TAPPA KM TOT ORE TOT STR TOT
1) Saragozza – Gallur 57 62 4,21 4,44 7,15 7,40
2) Gallur – Calahorra 90 152 6,25 11,09 11,00 18,40
3) Calahorra – Najera 83 235 6,19 17,28 8,00 26,40
4) Najera – Belorado 48 283 4,14 21,42 5,30 32,10
5) Belorado – Burgos 62 345 4,35 26,17 6,30 38,40
6) Burgos – Villalcazar de S. 84 429 6,43 33,00 9,15 47,55
7) Villalcazar de S. – Reliegos 88 517 6,45 39,45 9,05 57,00,
8) Reliegos – Leon 28 545 1,55 41,50 3,15 60,15
9) Spostamento stazioni 5 550 0,40 42,30 0,45 61,00


ALTRI DIARI DI VIAGGIO

‘VIAGGIO IN TERRASANTA’, memorie di un pellegrinaggio, agosto 2009.
[consultabile sul sito: http://www.viaggimiraggi.it/Diari/?number=723]

‘SANTIAGO: IL MIO CAMMINO IN BICI’, 2 15 agosto 2011. [consultabile sul sito: http://www.ilcamminodisantiago.com/diariodigiorgioagosto2011/#_]

‘UN PO IN BICI’, una lunga pedalata sul grande fiume, 25-30 aprile 2012.
[consultabile sul sito: http://www.markos.it/quaderni/poinbici.htm]

‘SANTIAGO UN ALTRO CAMMINO’,
1.000 km in bici sul Cammino del Nord, 2-17 giugno 2013.

‘VIA CLAUDIA AUGUSTA’,
la strada Romana dal Danubio al Po in bici, 25 aprile – 1 maggio 2014.
[consultabile sul sito: http://www.facebook.com/ViaClaudiaAugusta2014]

‘ANCORA UN PO IN BICI’,
pedalando sul Po verso il Monviso 8–11 aprile 2015.
[consultabile sul sito: https://www.markos.it/viaggi/in-bici-lungo-fiume-po/]

‘VIAGGIO NEGLI STATES’,
appunti alla rinfusa di una vacanza in Florida 12-27 settembre 2015.

‘LAGHI E FIUMI DI LOMBARDIA IN BICI’, 8–11 settembre 2015.

‘CAPODANNO 2016 A PARIGI’, 30 dicembre 2015– 4 gennaio 2016.

‘BARCELLONA’, 30 aprile – 3 maggio 2016.

‘IN VIA FRANCIGENA CUM BIROTA’, in bici a Roma, 2 – 12 giugno 2016
[consultabile sul sito: http://www.camminando.eu/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/diario-francigena.pdf]

‘LA CICLOVIA DEI DUE MARI’, da Bordeaux a Sète , 10 -19 luglio 2017

giorgio.roncari@virgilio.it

SOMMARIO

IL CAMMINO DELL’EBRO 3
SARAGOZZA 5
ARAGONA 8
NAVARRA 12
RIOJA 16
BELORADO 20
BURGOS 23
LA MESETA 28
RELIEGOS 32
LEON 36
TURISTI 37
PONFERRADA 40
LUGO 43
TRE GIORNI A SANTIAGO 46
LUNEDÌ 25 SET 46
MARTEDÌ 26 SET 48
MERCOLEDI 27 SET 50
RITORNO 52
PERCORSO 53
ALTRI DIARI DI VIAGGIO 54
SOMMARIO 55

One Response to Il Cammino dell’Ebro

  1. Luc

    Adesso conosciamo tutti i bar dove prendere un café con leche…..

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