Diario di Giorgio – Agosto 2011

Posted by on 1 febbraio 2012

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Santiago-il mio camino (1)

SANTIAGO
IL MIO CAMMINO IN BICI
(2 – 15 agosto 2011)
Giorgio Roncari
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SOMMARIO
E IO LO FACCIO IN BICI 3
IN SPAGNA 6
RONCISVALLE 9
L’ALTO DEL PERDON 12
LOGROÑO 15
SANTO DOMINGO DELLA CALZADA 18
BURGOS 21
LA MESETA 24
LEON 28
VILLADANGOS DEL PARAMO 31
IL BIERZO 34
IL CEBREIRO 37
LA GALIZIA 40
SANTIAGO 44
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E IO LO FACCIO IN BICI
Il mio diario non vuole essere una relazione dei luoghi del Camino di Santiago (e intendo quello Francese), delle opere d’arte, delle curiosità e dei miracoli che s’incontrano nei vari paesi, per tutto ciò ci sono delle buone guide corredate di dovi-ziosi suggerimenti e consigli; vuole essere, invece, la memoria personale di uno che a cinquantanove anni, all’improvviso, ha deciso d’intrapendere un’avventura di oltre 800 km in bici, in parte solo e in parte coi figli. Un’esperienza unica.
Anche i chilometri delle varie tappe vanno prese col beneficio d’inventario perché il mio contachilometri ha smesso di funzionare appena arrivato in Spagna, il chè per un ciclista, condizionato da velocità, distanze e medie, è quasi una be-stemmia, ma in quel momento non m’importava nulla.
In quanto alla spiritualità che di so-lito spinge i pellegrini a questo viag-gio, io ci ho messo la mia, del resto, come nella vita, ognuno fa il proprio cammino. Eppoi sono sempre di più quelli che dichiarano di averlo fatto per scopi culturali e sportivi, cosa che ha fatto decidere l’Ufficio del Pellegrino di Santiago di assegnare un attestato diverso: il Benvenuto, che non è la Compostela ma è pur sempre un riconoscimento ufficiale che attira anche i non praticanti aiutando l’economia di questi posti che vivono, e a volte sopravvi-vono, del Camino.
La storia del pellegrinaggio di Santiago di Compostela, parte nell’anno 813, quando, nella Spagna quasi tutta invasa dai Mori, si
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sparse la voce che una stella indicava il campo dov’era la tomba perduta dell’apostolo Giacomo (in spagnolo Iago), fratello di Gio-vanni, che aveva predicato nell’Iberia. Giacomo era stato ucciso da Erode Agrippa al suo rientro in Palestina ma il suo corpo era stato riportato Spagna, in una località sconosciuta, da una misteriosa nave in pietra. Sul luogo della stella furono fatti degli scavi e vennero alla luce dei resti attribuiti all’apostolo: da lì cam-po della stella e poi Compostela. Da quel momento, sotto la protezione dell’apostolo, cominciò la riconquista cristiana della Spagna e la sua grande popolarità.
Così la leggenda; sennonché compostelo è un’alterazione del latino compostum col significato di piccolo cimi-tero e non c’è posto più adatto a ritrovare ossa di un camposanto. L’usanza di questo pellegrinaggio si sviluppò per alcuni secoli con Re, Regine, Prelati e Ordini religiosi a fare da protettori, poi si perse a causa delle grandi pestilenze. Ricominciò timidamente alla fine del 1800 con la riscoperta delle spoglie smarrite del santo, per rin-novarsi a metà del 1900 sotto la spinta di Elias Valiña, parroco del Cebreiro, inventore della flecha amarilla (freccia gialla), il segnale del Camino, fino a proporsi prepotentemente dopo la visita di Papa Giovanni Paolo II nel 1989. Quando S. Giacomo (25 luglio) cade di domenica, l’anno è considerato Anno Santo Compostelano.
Sarebbe crismatico farlo a piedi, magari dividendolo in due o tre anni, in base al tempo disponibile, ma in questi ultimi decenni si è diffusa l’usanza di farlo in bicicletta, mezzo che ha sostituito l’antico cavallo e riduce della metà i tempi. La differenza è grande: i camminanti arrivano spes-so con piedi piagati, tendini infiammati e schiena indolenzita sotto la mochilla (lo zaino), i pedala-tori con addosso la fatica fisica di salite durissi-me ed interminabili, l’imprevisto di qualche ca-duta… per non parlar del sedere.
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TAPPE
Martedì 2: Cuvio-Orio-Saragoza- Pamplona = auto, aereo e bus
Mercoledì 3 matt.: Pamplona – Roncisvalle in bus;
Mercoledì 3 pom.: Roncisvalle – S. Jean P.P – Roncisvalle =55 km – 4 h 30’
Giovedì 4: Roncisvalle – Puente la Reína = 70 km – 9 h 30’
Venerdì 5: Puente la Reína – Logroño = 70 km – 7 h 00’
Sabato 6: Logroño – Belorado = 75 km – 8 h 30’
Domenica 7: Belorado – Hontanas = 80 km – 9 h 30’
Lunedì 8: Hontanas – Sahagun =100 km – 9 h 00’
Martedì 9: Sahagun – Leon = 55 km – 4 h 00’
Mercoledì 10: Leon – Foncebadon = 77 km – 9 h 30’
Giovedì 11: Foncebadon – Ambasmestas = 72 km – 9 h 30’
Venerdì 12: Ambasmestas –Barbadelo = 60 km – 8 h 45’
Sabato 13: Barbadelo – Pedrouzo \ Arca = 93 km –11 h 45’
Domenica 14: Pedrouzo \ Arca – Santiago = 18 km – 1 h 30’
Tot = 825 km – 93 h 00’
Lunedì 15: Santiago – Orio- Cuvio = aereo, auto
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IN SPAGNA
Martedì 2 agosto: giornata calda e simbolica.
Finalmente in Spagna, sul Camino… ma forse il mio Camino è cominciato prima, quando ho deciso di arrivare fin qui, o ancora più indietro quando ho cominciato a pensare di dover fare qual-cosa di diverso che non le solite ferie organizzate; qualcosa che potesse sembrare un’avventura. Deve essere stata un’ispirazione quella che, una mattina di sei mesi fa, mi ha svegliato: il Camino di Santiago in bici! due settimane veramente diverse. Ho coinvol-to i miei figli, Rubens e Tiziano, che hanno accettato, anche se, per questioni di lavoro, avrebbero fatto solo la seconda settimana, raggiungendomi a Leon.
E’ cominciato allora il lungo lavoro di studio e preparazione, navigando in siti internet, leggendo diari di viaggio e guide speci-fiche e consultando amici e conoscenti che già l’avevano fatto. Daniele, che ci era andato in bici due anni prima, mi ha dato al-cuni consigli e dritte. Altri mi hanno chiesto un pensiero di ri-guardo una volta giunto a Santiago; di ognuno ho appuntato il nome su un foglietto e una volta là lo infilerò in qualce fessura della Cattedrale. Fabio e i colleghi di lavoro di Claudia Polita, la sfortunata giovane che due anni fa perse la vita investita da un’auto a Villadangos del Paramo mentre viaggiava in bici alla volta di Santiago, mi hanno incaricato di accendere un cero nella chiesa di quel paese.
Ho studiato un piano di viaggio, 850 km circa in 12 tappe, fino a Finisterre, sull’Atlantico, il termine ideale del Camino dove, per usanza si deve bruciare un indumento. Dopo vari studi, alla fine ho deciso di imbarcarmi il 2 agosto da Orio per Saragozza
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con un volo economico di 40 €, diventati 115 con la bici (40 €) e spese varie; da lì con due cambi di bus sa-rei arrivato a Roncisvalle. Il ritorno sarebbe stato diret-tamente da Santiago (171 €) la sera di ferragosto. A un mese dalla partenza ho fatto la stecca, e nel frattempo ho messo a punto la bici, una city bike con le gomme non tassellate, allenan-domi con le borse laterali zavorrate, pedalando di mattina presto, la sera dopo il lavoro, la domenica e in ogni momento libero, per farmi la gamba… e il sedere. Insomma ho fatto le cose con co-scienza ed entusiasmo. Ho calcolato il materiale da portare, il minimo indispensabile: un po’ di vestiario, qualche utensile mec-canico, e l’essenziale per l’igiene. In tutto 10 kg.
Imballare la bici non è stato certo facile: manubrio girato, gomme sgonfie, pedali smontati e poi, per avvolgerla meglio nel celophan ‘millebolle’, l’ho appesa ad un gancio: ci sono volute due ore e alla fine sembrava un quarto di bue. All’aeroporto di Orio, (ben 87 € di parking) una coppia di mezza età, colpita da quel bagaglio insolito e saputo che andavo a Santiago, mi ha dato 5 € per accendere un cero per loro.
SI PARTE
Partenza puntuale: 14,20. Viaggio vicino a Cristian, un ragazzo di Olgiate e quattro di Bergamo: Lory, Carla col marito Batty e Olga (che ho scoperto essere la cognata di una del mio paese) che sarebbero partiti da S. Domingo della Calzada per continuare il cammino lì interrotto lo scorso anno; contano di finirlo il prossi-mo. Atterraggio puntuale. Una navetta mi porta alla stazione dei bus ma la prima corsa per Pamplona è solo alle 19,15. Mangio qualcosa con due ragazze di Gorgonzola dirette dalle parti di Lo-groño per uno stage organizzato dalla Lega Ambiente. Ho il tem-
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po anche di rimontare la bici ma al momento di prendere l’autobusse, confondo il terminale e a momenti lo perdo. L’ho bloccato che era già in partenza, piazzandomi davanti. L’autista ha bofonchiato qualcosa, ma mi ha aperto il bagagliaio per la bici e mi ha fatto salire (24,66 € bici e io).
Fuori Saragozza la spettacolare monorotaia, pale eoliche a cen-tinaia e pannelli solari, e un cielo nuvoloso che si apre avvici-nandosi a Pamplona (Iruña in basco). Arrivo alle 21,15, la sta-zione è due piani sotto terra e, ritenendo l’ascensore troppo pic-colo, metto la bici sulla scala mobile. Niente di più assurdo, la bici sale e scende e si ribalta e io, con le borse a tracolla, assieme a lei. Trenta secondi di lotta mentre una spagnola mi guarda este-refatta, prima di riuscire a togliermi da quell’imbroglio. Salgo coll’ascensore mettendo la bici in verticale.
Pedalando raggiungo l’albergue del pellegrino dove faccio il primo sello (timbro) sulla credenziale, una scheda a fisarmonica presa a Varese che permette ai pellegrini di pernottare per pochi euro negli alberghi appositi disseminati lungo il Camino. Questo è completo e mi indirizzano all’Hostall Eslava, una pensione di basso livello che per ben 15 € mi da una stanza che puzza insopportabil-mente di fuliggine o chissà che altro, ma a quest’ora c’è poco da scegliere.
Doccia e giro il centro pieno di giovani. Pamplona è una grande città di 200.000 ab, la più grande che si incontra sul Camino, capitale della Navarra, si parla il basco e le indicazioni sono bilingui. I semafori segnano i secondi che mancano per cambiare colore. Mangio una tortillas (specie di alta frittata ripiena) e una broche-ta (spiedino) con due cañe (birre alla spina) in un baretto (6,20 €), poi ritorno alla pensione.
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RONCISVALLE
Mercoledì 3: Pamplona – Roncisvalle in bus;
Roncisvalle – Saint Jean Pied de Port – Roncisvalle = 55 km – 4h 30’
Mi alzo alle 7,30. Faccio una visita alla Cattedrale dalle impo-nenti colonne neoclassiche a ornare la facciata, ma che sorge in uno spiazzo angusto. Mi aggiro per le vie e qualche piazza del cen-tro. Manifesti annun-ciano la venuta del Pa-pa a Madrid, il 18 ago-sto, per la giornata mondiale della gioven-tù; ne troverò per tutto il percorso.
Alle 10 parte l’autobusse (12 €) per Roncisvalle (Orreaga in basco, 925 mslm), in cima ai Pirenei, dove arrivo alle 11,30. Mi prendo il tempo di sistemare la bici e le borse e farmi registrare alla Real Collegiata dove, per sicurezza, compro due tappi per le orecchie. Alle 12,30 inizio a pedalare per S. Jean Pied Port, in Francia. In un’ora circa percorro il km di salita e i 26 di forte di-scesa che sull’asfalto della ‘via bassa’, mi portano al punto di partenza (180 m). Non so se altri ciclisti ab-biano fatto questa scelta, ma io voglio cominciare dall’inizio canonico del Cammino Francese. Arri-vo con le mani indolenzite dal gran frenare.
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S. Jean P.P. è un paese turistico, con molti ne-gozietti e ristorantini e, oggi, pieno di gente. Mangio un boccadillo (grosso panino), giro un po’, faccio il sello e alle 14,30, passando dalla porta di S. Jaques e dal ponte medioevale, risal-go i Pirenei sempre dal-la ‘via bassa’. Le guide e i diari di chi ha fatto la ‘via alta’, che arriva fino a 1430 m, parlano di tappa massacrante su sterrato fra sentieri e fango con strappi micidiali di oltre il 20% e io non vor-rei sfiancarmi subito il primo giorno. I primi 10 km fino ad Ar-neguey sono leggeri, poi, lasciata l’Aquitania e rientrato in Spa-gna, la pendenza comincia ad aumentare sempre più. Il cielo è quasi tutto coperto.
Avanti per altri 16 km che, per la verità, scendendo e incrocian-do alcuni ciclisti arrancare nella salita, mi avevano spaventato di più. Passo Valcarlos, che de-ve il nome all’epopea di Carlo Magno, e poi solo montagne e salita fino al Passo de Ibañe-ta (1057 m) dove un cippo ri-corda la disfatta di Rolando o Orlando e i suoi pochi paladi-ni per mano dei Baschi, allea-ti dei Saraceni, e non da quest’ultimi come ci è sempre stato insegnato; un insignificante episodio diventato simbolo del-la lotta agli infedeli dopo essere stato celebrato nella famosa ‘Chanson’ omonima.
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Ultimo km in discesa e alle 17 sono a Roncisvalle. Avevo pen-sato di arrivare fino a Zubiri dove c’è festa, ma manca anco-ra parecchia strada con molta salita. Decido quindi di fermar-mi qui: 55 km, di cui la metà di salita tosta, possono bastare.
Trovo posto all’Albergue della Collegiata, un edificio gotico trasformato in un casermone con 120 posti, in letti a castello si-stemati su tre file. Saranno sempre brande a castello che si trove-ranno negli albergues del pellegrino. Ci sono solo due docce per sesso e ci vuole mezz’ora di coda per lavarsi con acqua fredda. Lavo qualche indumento e quindi cena a ‘Casa Sabina’, un risto-rante privato dove con 9 € danno un sopa de patatas, pescado y patas fritas (pesce e patatine fritte , yogur, agua e cafè. Nove eu-ro sarà quasi sempre il prezzo per il menù del pellegrino.
Come ogni sera c’è la messa del pellegrino. Entro in una chiesa colma, in tempo per assistere al rito della benedi-zione, una breve formula in latino ripetuta poi dai cinque celebranti in tutte le lingue dei pellegrini che si sono fatti registrare in giornata: spagno-lo, italiano, tedesco, inglese, polacco, portoghese, francese, russo, ecc. finanche in koreano. Cerimonia suggestiva.
Telefonate di rito. Mi perdo un po’ in giro ma a Roncisvalle c’è poco: quattro case e due ristoranti addossati all’imponente edifi-cio della Real Collegiata. Una cerveza (birra) e quindi me ne va-do in branda, sono le 21,30. Mezz’ora dopo le porte dell’albergue vengono serrate.
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L’ALTO DEL PERDON
Giovedì 4: Roncisvalle – Puente la Reína = 70 km – 9h 30’
Una notte tra dormiveglie per via di una koreana (credo) che russava come un orso nel letto vicino e a poco sono valsi i tappi.
Partenza 8,30. Tempo bello. Meta Puente la Reína. La maglietta che ho lavato ieri sera non è del tutto asciutta e la attacco dietro la sella.
Tappa micidiae percorsa quasi tutta su sterrato fatto di viottoli ghiaiosi, gradoni, sbarre e cancelli che servo-no per non lasciar uscire gli animali al pascolo. In mattinata lunga serie di saliscendi nei boschi tra Ronci-svalle, Zubiri, nota per il ponte della rabìa dove si usava portare gli animali per proteggerli dalla rabbia, Larassoama, e Villava, il paese di Indurain, intervallati da qualche tratto asfaltato (carete-ra), sulla Naz. 135, soprattutto per superare l’Alto del Mezquiriz (935 m), e quello di Erro (800 m). A volte il paesaggio ricorda i colli dell’appennino piacentino. Mi adeguo alla tradizione e salu-to con un ‘buen camino’ i vari pellegrini. ‘Egualmente’ rispon-dono gli spagnoli.
Pranzo a Pamplona dove ho occasione di vedere il grande mo-numento all’encierro che celebra la corrida per le strade della città nel giorno di S. Fir-min. Poi, seguendo le conche e le fleche a-
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marille (conchiglie e frecce gialle) che si ve-dono per terra, su colon-nini o agli angoli delle case, mi avvio verso il massacrante Alto del Perdon (750 m). A metà salita un cippo ricorda un pellegrino belga morto probabilmente d’infarto, alcuni anni fa. E’ il pri-mo di una lunga serie.
La strada sterrata che parte abbastanga larga, salendo, si stringe sempre più fino a diventare un sentiero impervio e sassoso. Sono obbligato a scendere e spingere a braccia la bici e il suo carico. Una fatica immane. Mi devo fermare ogni dieci passi a prender fiato e la pedivella ogni tanto mi picchia sullo stinco.
Dubito che questo ripido viottolo sia la via giusta, non vedo più frecce, probabilmente ho sbagliato strada. Devio per un prato di stoppie e mi ritrovo a scendere un dirupo di due metri. Riprendo a salire e pian piano arrivo in cima dove, con stupore, trovo la caretera asfaltata. Probabilmente non acquisterò il paradiso, ma almeno il perdono l’ho conquistato.
Mi piglio tutto il tempo per riprendermi. C’è uno dei più significativi mo-numenti del Camino: un gruppo di sagome di pelle-grini primitivi che cammi-nano contro il vento, sotto la via lattea. Si dice infatti che qui ‘se cruza el Cami-no del viento con el de las
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estrelas’ (‘si uniscono il cam-mino del vento e quello delle stelle’). C’è, infatti, un forte vento e grosse pale eoliche che urlano all’aria, dominano il crinale. Il panorama è bello: in lontananza Pamplona e dall’altro versante le avvisaglie della brulla Meseta. Arrivano camminanti e ciclisti. Scambio qualche impressione con due fer-raresi e poi giù per il sentiero che, in picchiata giunge fino a Puente la Reína. Un percorso a metà tra ciclocross e gimkana, davvero difficile e so che un ragazzo è caduto. Faccio una devia-zione fino a Eunarte dove, in mezzo alla campagna, c’è una chiesetta in pietra del XII sec., ottagonale che ricorda quelle dei templari, circondata da un ordine di archi e cinta da mura. Bella, solitaria e misteriosa.
Arrivo a Puente la Reína alle 18. Qui si congiungono il Camino Francese con quello Aragonese che parte da Samport. L’albergue del pellegrino è completo e mi indirizzano a quello di S. Jacob Apóstol, su un’altura. Altra salita su terra battuta. E’ bel-lo, non è un casermone come ieri sera ma ha quattro o cinque camere più piccole. C’è perfino la piscina e si può mangiare. Tutto per 18 €.
Doccia, bucato e cena: primo, secondo e dolce a scelta fra 4 piatti per porta-ta, e così sarà d’ora in a-vanti il menù del pellegri-no. C’è anche internet; ci faccio un giro, poi a nanna.
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LOGROÑO
Venerdì 5: Puente la Reína – Logroño = 70 km – 7 h 00’
I russatori stanotte sono stati più discreti. Partenza alle 8. Coper-to. Nei preparativi vedo i due fer-raresi arrivati nello stesso alber-gue. Visita veloce alla città che deve il nome all’imponente ponte medioevale sul rio Arga fatto co-struire dalla regina doña Munia Mayor, il più bel ponte di tutto il Camino
Faccio sentieri impegnativi per 15 km, fino a Lorca dove incon-tro due ragazzi di Gallarate. Con mastice per le gomme e nastro adesivo, incollo in qualche modo la suola dello scarpone di uno di loro. Decido quindi di fare la ca-retera. Arrivo a Estella (Lizarra), bella cittadina di oltre 14.000 ab, con svariate chiese, su tutte la basi-lica di Nuestra señiora de Puy, oltre al Palacio dei Re di Navarra.
Poi a Irache alla fonte del vino e, per il sello, nell’imponente Mona-stero. A Los Arcos mi fermo a mangiare. C’è una chiesa bellissima di arte mista, dedicata a S. Maria, orgoglio dei suoi abitanti. Riparto. La strada è un continuo saliscendi che ti fa volare in discesa ma ti impegna parecchio in salita. Altri ciclisti come me hanno scelto l’asfalto. In cima ad un colle, poco prima di Sansol, mi fermo ad ascoltare una banda di ragazzi che suonano per la festa del paese, poi
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giù a rompicollo e di nuovo su, fino all’Alto del Poyo. E’ un continuo su e giù passando da Viana nella cui chiesa è seppellito Cesare Borgia. Qui finisce la Navarra coi suoi cartelli bilingue e inizia la Rioja, la terra del vino.
Discesa finale su Logroño, meta della tappa odierna, dove arrivo alle 15. Ho fatto 70 km su e giù per i colli. Guide e diari che avevo sfogliato, parlavano genericamente di saliscendi, e quindi mi immaginavo pendenze accessibili ed invece mi sono trovato davanti ad asperi-tà veramente dure.
Logroño, 150.000 ab., è la capitale della Rioja, una piccola re-gione autonoma cha fa da cuscinetto fra la Navarra, di lingua ba-sca e tendenze seccessioniste, e la Castiglia, la culla della Spagna moderna.
All’albergue del pellegrino non c’è posto e mi consi-gliano di continuare per Na-varrete, ma sono veramente stanco per fare altri 12 km e ancora salita. Il Perdon non è ancora stato smaltito. Provo alla parrocchia ‘Santiago el Real’. C’è un casino. Mi di-cono che se mi stà bene po-trò dormire su materassini in chiesa. Accetto. Riesco a farmi la doccia pazientando il mio turno e poi faccio una visita al centro città e alla sua Cattedrale.
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Incrocio un gruppo di ragazzi francesi che, a turno, tirano e spingono un risciò che porta una ragazza handicappata. Sul Cami-no puoi trovare di tutto: gente che zoppica notevolmente e si trascina a fatica, ragazze con uno zaino enorme, ciclisti con carrel-lini dietro la bici per portare i bagagli. Pellegrini di tutte le età e di ogni nazionalità. Ho visto uno spagnolo con una carrozzina agganciata alla bici dove la moglie stava comodamente seduta, facevano il percorso al contrario, andavano a Lourdes, forse ave-vano qualche voto da adempiere. Un uomo aveva, dietro la bici, un piccolo telaio con una ruotina e un sellino dove sedeva un bimbo. Sul Perdon ho superato anche una famiglia con un asino.
Dopo aver bevuto una caña in piazza della Cattedrale, torno in parrocchia. La stanchezza è tan-ta e mi appisolo su una sedia. Si cena alle 20,30, un pasto frugale a base di insalata mista e un brodoso spezzatino di patate con poca salsiccia. Ci salva il pane, ma qui vogliono solo un’offerta o, come dicono, un donativo e non c’è bisogno di fare i sofistici. Domattina ci sarà anche la colazione e lascio 8 €.
Negli halbergue del pellegrino gli hospitaleros sono volontari, devoti che regalano parte del loro tempo, o delle ferie ad assistere i pellegrini. Il parroco, un omone spiritoso e dal carattere deciso, ci intrattiene con un breve e simpatico sermone che termina con una preghiera comunitaria in chiesa. Alle 9,30 a dormire, in sa-crestia, su materassini di 5 cm.
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SANTO DOMINGO DELLA CALZADA
Sabato 6: Logroño – Belorado = 75 km – 8 h 30’
Notte quasi insonne; qualcuno russava in maniera pazzesca. Ho scoperto che russare in spagnolo si dice roncar e adesso ho il dubbio che quando do le mie gene-ralità ci sia chi, sotto sotto, sorrida.
Parto alle 8 col cielo velato ma poi si apre. Faccio il sentiero pas-sando dal parco paludoso della Grajera (si pronuncia grachèra che rende bene l’idea dello stagno popolato da rane). A Naverrete ri-prendo la provinciale. E’ un conti-nuo saliscendi fino all’Alto de S. Anton che la caretera scavalca in dorsale. Poi giù a Nàjera (Nàchera), bella cittadina turtistica che merita una visita, rinomata soprattutto per la chiesa monastero di S. Maria la Real dove sono seppelliti i primi re navarri e dove vedo i primi nidi di cicogna ormai vuoti.
Riprendo quindi per Santo Domingo del-la Calzada dove arrivo a mezzodì. Qui è avvenuto uno dei miracoli più incredibili di tutto il Camino quando, dice l’agio-grafia, nel 1300 Santiago salvò un giovane da ingiusta impiccagione e riportò in vita un gallo e una gallina gia cucinati.
A prodigio portentoso chiesa meraviglio-sa e qui è stata costruita addirittura una Cattedrale dove ancor oggi due polli vivi sono esposti in un gabbia a mezza parete.
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C’è la possibilità di mettere la bici in un locale attiguo e così visito dapprima la Cattedrale, fin sul tetto, bella, di stile ro-manico – gotica, con la tomba di S. Domingo fondatore della citta, e poi le vie principali. Tutte le cittàdine incontrate sul Camino hanno un pregevole centro storico ma qui il casco antigo è notevole. C’è anche mercato. Ragazzi stanchi dormono per terra. Ritrovo un ciclista spagnolo che avevo incontrato ieri sera alla parrocchia di Logroño. Ci scambiamo qualche opionio-ne; ha un cognato italiano che vive ad Ascona; mi offre una caña. Nella Cattedrale avevo trovato 10 € e così, invece del solito boc-cadillo mi faccio una pasta alla carbonara. Riparto alle 14.
Percorro la caretera per 25 faticosissimi km. Una strada diritta, leggermente in salita, con un vento contro micidiale che ti fa sembrare di salire sul S. Martino e ti obbliga a pedalare anche nelle rare discese. Non finisce mai. Dopo Grañon comincia la Castiglia e si entra nella Meseta, una vastissima e irregolare spianata arsa dal sole. In lontananza, da entrambi i lati, catene di monti che ricordano le nostre prealpi.
Arrivo a Belorado intorno alle 17. All’albergue parrocchiale c’è posto solo su materassini e io non ho voglia di passare un’altra notte per terra. Cerco altre solu-zioni ma pare non ci sia posto. C’è tantissima gente. Fortunata-mente trovo ospitalità all’albergue Cuattro Cantones, dove mi danno addirittura una
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stanzetta da solo, una ca-meretta ricavata da un sola-io diviso con tramezze di legno, quasi una cuccetta. Siamo in tre, più due ra-gazze siciliane che arriva-no più tardi e si adattano su un materasso per terra. C’è anche la piscina e faccio un tuffo. C’è un’inglese buffa che fa la massaggiatrice. Davvero un bell’albergo.
Ceno con Ton, un irlandese di Dublino, e Rachele, tedesca di Berlino, e tra spagnolo, italiano, inglese, francese, tedesco e tanta gestualità, riusciamo a dirci parecchie cose. Si mangia benissimo: pasta al pomodoro, pollo fritto, insalata, panna cotta come postre (dolce), vino e acqua a volontà e anchè un digestivo. Vitto e al-loggio 15 €.
Per le vie del paese alcune piastrelle infisse a terra riproducono i piedi di vari campioni sportivi spagnoli. C’è anche festa, in piaz-za, una sagra del fol-clore e a me viene in mente Cunardo. Riesco a vedere un gruppo turco e uno spagnolo poi arrivano le 22 e l’albergue chiude i bat-tenti.
Chissà se finalmente stanotte riuscirò a dor-mire senza che nessuno si metta a roncar.
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BURGOS
Domenica 7: Belorado – Hontanas = 80 km – 9 h 30’
Finalmente ho potuto dormire. I russatori erano nell’altra came-rata e nella mia mansarda non arrivavano i loro rumori. Sorpresa alle sei pioviggina. Faccio colazione e aspetto nella speranza che smetta. Alle 8 non piove più e parto. Fa un freddo cane. Bisogna mettere le maniche lunghe e keeway. Sembra una giorno d’autunno. Un po’ alla volta recupero tutti i camminanti imba-cuccati nelle mantelle.
A Villafranca Montes de Oca, al bar per il sello, ri-trovo Ton, l’irlandese. Nella chiesa si conserva la statua di S. Vito che, dice la leg-genda, sebbene decapitato, combattè tre giorni e tre notti contro i Mori. Qui comincia la Pedraja (1130 m), 6 km di salita che faccio sulla caretera, visto il tempo, pedalando appena davanti ad una coppia di spagnoli in tandem i quali, una volta arrivati in cima, prendono a spingere come due stantufi e in poco tempo non li vedo più. La discesa, tanto per cambiare è tutto un lungo sali-scendi che mi obbliga più volte a mettere e togliere il giubbino.
Prendo la deviazione per S. Juan de l’Ortega. Sembra un pueblo messicano. Conosco una coppia in bici: lei è di Torino lui di Saronno, un compagnone che compie 52 anni oggi. Facciamo colazione insieme, ci scambiamo l’email e visitiamo la bella chiesa, dove, nei giorni d’equinozio il sole, penetrando da una fessura, illumina un particolare capitello. Qui trova luogo un’altro dei numerosi prodigi del Camino che narra di come S.
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Juan, discepolo di S. Domingo, abbia miracolosamente guarito dalla sterilità la regina Isabella. Una cappella all’interno conserva la tomba del santo. Anche qui, come ormai su tutti i campanili, nidi di cicogna vuoti. Arrivano altri ciclisti piuttosto infangati per aver fatto la sterrata. Un’upupa si posa un attimo per terra; non avevo mai visto un’upupa.
Riparto pedalando veloce alla vol-ta di Burgos dove arrivo a mezzo-giorno circa. La periferia non fini-sce più; 8 km percorrendo in suces-sione la zona industriale, quella commerciale, quella residenziale ed infine il centro storico dove entro passando dalla porta di S. Maria. Lego la bici a spranghe nella piazza della Cattedrale e sistemo le borse in biglietteria, in un deposito a moneta. Visito con calma il complesso religioso. Bello e imponente. Vi è seppellito il Cid Campeador (1026 – 1098), l’eroe nazionale spagnolo, artefice della reconquista sui mori. Splendide soprattutto le guglie in stile gotico fiorito. Maestosi i suoi retablos, pompose decorazioni li-gnee presenti in tutte le chiese, che ricoprono tutta la parete sopra gli altari, con quadri, statue, cornici e bar-dature.
In giro un mare di gente. Qualche arti-sta da strada suona, un gruppo folk balla. Sono bravi. Mangio un sandwis che non è altro che un semplice toast e rivedo Rache-le, la tedesca di ieri
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sera, arrivata qui con l’autobusse come due romane che avevo intravi-sto sempre a Belorado. Come loro, molti sono i camminanti che, con problemi di fiacche o tendiniti, fan-no una sessantina di chilometri col bus, riposando un paio di giorni nell’attesa che i loro compagni di viaggio li raggiungano.
Foto seduto col Pellegrino e mi rimetto in sella. Siccome è usci-to un sole caldo, faccio lo sterrato a dorso nudo. Il clima nella Meseta risente dell’effetto desertico, causando uno sbalzo termi-co notevole. La strada è un salire continuo con brevi discese e improvvisi strappi che richiedono un buon impegno. Sello a Hor-nillos del Camino al km 469 da Santiago.
Durante il pomeriggio i camminanti sono pochi, preferiscono la mattina più fresca a questo sole a perpendicolo. Alcuni, coi piedi fiaccati, si trascinano zoppican-do attaccati a un lungo bastone. Ogni tanto supero qualche cicli-sta. Ancora 10 km con il pano-rama e la strada che non cambia, finchè, in picchiata, arrivo a Hontanas. Sono le 17,30.
Trovo posto, per 5 €, all’Antiguo Hospital de Pelegri-nos, in una dipendenza. Honta-nas è un piccolo villaggio di ne-anche 100 ab., non c’è un gran chè a parte 4 o 5 albergue per i pellegrini. Faccio comunella con altri italiani, tutti del milanese, tranne Marino che è di Palazzolo sull’Oglio. C’è anche Cristian il ragazzo comasco che avevo conosciuto sull’aereo. Mangiamo in-sieme. Domattina devo pulire e oliare la bici.
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LA MESETA
Lunedì 8: Hontanas – Sahagun = 100 km – 9 h 00’
Anche stanotte uno russava pesantemente. Al mattino scopria-mo con sorpresa che era un bambino. Comunque ho imparato a infilarmi bene i tappi e a far un pò d’abitudine così per la prima volta faccio un sonno tirato fino alle 5. Poi i camminanti comin-ciano a muoversi e preparare le loro mochille e io, dopo un pò faccio lo stesso con le mie borse. Ogni volta che ho sistemato tut-to non trovo qualcosa e allora devo togliere e rimettere ogni cosa.
Chi va a piedi s’incammina molto presto, dalle 6, quando è an-cora buio. Io preferisco aspettare che schiarisca perché, se non vedi, può essere pericoloso viaggiare in bici su strade sassose. Faccio colazione con Marino il bresciano. Pulisco i cambi, monto le borse che ci vuole il suo tempo tra viti, ganci ed elastici, e alle 8 parto anch’io.
Sulla carta quella di oggi dovrebbe essere una tappa piana e quindi deci-do di fare lo sterrato. Per me è un po’ un handicap perché a quest’ora i camminanti sono tanti e quando la strada è stretta, come stamattina, è un continuo scampanellare per chiedere strada. Ti lasciano passare ma qual-cuno si sposta dalla parte sbagliata, obbligandoti a volte a fermarti. Al-cuni viaggiano con gli auricolari nelle orecchie e non ti sentono proprio. Senza contare che c’è chi ritiene che il Camino sia escu-sivamente a piedi e considerano noi ciclisti dei privilegiati. Con-cedo la discesa ma in salita dovrebbero provare, se ne sono in grado, a pigiare i pedali su queste rampe sdrucciolevoli. Sono an-
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che scivolato nel passarne due facendo su e giù fra i solchi delle carreggiate.
Riprendo Marino al convento di S. Anton, un rudere crociato dove ora c’è un albergue molto spartano e ci diamo l’adiòs (lo rivedrò ancora). A Castrojeriz, un pueblo (paese) adagiato ai pie-di di una collina dominata dal suggestivo Castillo, vestigia di un vecchio maniero, comincia l’Alto de Monsterrales, un’erta molto impegnativa che sale dritta per un paio di km, percorsa da una lunga fila di camminanti. Decido quindi di fare la ca-retera ma sbaglio strada e così devo ri-tornare allungandola di 6-7 km, con un cagnetto che a un certo punto mi rincorre abbaiando.
Aggiro il Monsterrales, allungando ulte-riormente e riprendo il Camino a Itero de la Vega. Pochi chilometri dopo c’è il confine fra le provincie di Burgos e Palencia. Per un lungo tratto costeggio il Canale di Ca-stiglia. Alle 10 sono a Fromista per la seconda colazione ormai classica. E’ un paesone vasto con resti di un castello e alcune grandi e antiche chiese. Deve il suo nome all’essere stata, in anti-co, granaio per frumento.
Rimonto in sella e se non fosse per un contadino che mi avvisa di aver sbagliato strada, un’altra volta, chissa quanti km avrei fatto di nuovo in più. Faccio un brindisi virtuale col pelle-grino seduto di Villalcàzar de Sirga.
Tra un buen cammino un’ola e un ciao dato ai camminanti, arrivo per mezzodì a Carion de los Condes. A un mio saluto due donne mi chiamano. Sono Olga e
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Carla, due delle berga-nasche incontrate a O-rio. Lory e Batty sono appena più avanti. Ci si saluta con affabilità co-me tra amici che non si vedono da tempo. Loro si fermano in questo pa-ese, vogliono partire alle due di stanotte e viaggia-re con le stelle, come gli antichi pellegrini. Pran-ziamo e stiamo insieme un paio d’ore, ci scambiamo il cellulare e poi ci salutiamo. Mi faranno sapere di essersi fermati a Rabanal del Camino ma sono intenzionate a terminarlo l’anno prossimo.
Conto di arrivare fino a Sahagun, altri 40 km. Sono di nuovo a pedalare sullo sterrato nella Meseta, uno sconfinato altopiano che si sviluppa per centinaia e centinaia di km a 800 m d’altitudine, arso e brullo, con mammelloni e collinozze coltivate a grano, ormai tagliato, campi di patate già raccolte e vasti campi di gira-sole in fiore che sono uno spettacolo, appezzamenti variamente colorati che ricordano quadri di Van Gogh o Sisley. Per km e km non c’è un borgata, poche sono le case che si incontrano e a volte non si vede una pianta nemmeno col binocolo. A ogni scollina-mento il paesaggio è uguale eppur cambia, i pensieri son sempre quelli eppur diversi. Ci vo-gliono 17 lunghi km per trovare il primo paese: Cal-zadilla della Cueza. Ad un certo punto una mosca ma-ledetta mi si attacca al viso, tento più volte inutilmente di scacciarla con la mano finché scivolo su un sasso e
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cado una seconda volta, sbucciandomi braccio e gamba destri. Mi fermo dopo dieci minuti per disinfettarmi a Ledigos, uno sputo nella Meseta dove una caña costa solo 1 €.
Negli ultimi 25 km il Camino viaggia ai bordi della caretera e così faccio l’asfalto. Arrivo alle 17 a Sahagun, il ‘centro del Camino’ e prima località della provincia di Leon. Trovo subito posto all’albergue dell’iglesia della Trinità, un’antica abazia clunycense. Vogliono solo 4 €. Oggi ho fatto 100 km, ho un gran mal di sedere e anche le piante dei piedi cominciano a cuocere per il gran pigiare. Ho viaggiato 9 ore, solo coi miei mille pensie-ri. Ho rivissuto il mio cammino, com’è stato e come potrà essere, rapito nelle mie riflessioni. In fondo anche la vita è così: basta un sasso o una mosca fastidiosa per farti scivolare, oppure una freccia non vista per farti cambiare la via o un’upupa che ti vola davanti per farti ritenere fortunato, e chissà che non possa ve-dere anche una cicogna ritardataria.
Doccia, bucato e visita alla cittadina. Sembra assai moderna con un’elegante piazza, alcune vetuste chiese, un bell’arco e qualche vestigia. Ceno sotto i portici in un bar della piazza con uno di Fi-renze, una spagnola che vive anch’ella a Firenze e uno di Bolo-gna mezzo palestrato che ce l’ha sù coi ciclisti. Da pochi mesi in Spagna è stato introdotto il divieto di fumare nei locali pubblici, ma non si è ancora persa la brutta abitudine di non spegnere i mozziconi, assieme a quella di lasciare carte e rifiuti vari davanti al bancone dei bar che qui equivale a lavoro e rinomanza.
Telefono ai miei figli per gli ultimi accordi, visto che domani mi raggiungeranno a Leon. Sono contento e sereno. Quindi a letto. Sono delle buone brande che non cigolano e ci si stà bene. Anche qui come quasi ovunque ci sono le mantas (coperte) in caso di freddo.
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LEON
Martedì 9: Sahagun – Leon = 55 km – 4 h 00’
Stanotte eravamo tanti ma stranamente non ha russato nessuno a parte uno di Salò di 70 anni che camminava con la figlia, ma era già quasi l’alba. Parto tranquillo alle 8. Oggi tappa breve, solo 55 km, quelli di ieri sono stati troppi. C’è il sole ma fa freddo. Quello di Salò ha dimenticato un pile, lo prendo, e se lo ritrovo glielo dò. Mi chiamano i miei figli, so-no all’aeroporto di Orio.
Oggi il Camino è tutto ai bordi della caretera per cui faccio l’asfalto. Recupero tutti quelli che avevo conosciuto la sera prima. Credo di aver pedalato assai spedito in questi giorni perché nessuno mi ha mai passato mentre io ne ho superati molti.
A 5 km dalla partenza il percorso si divide: a sinistra il Camino, a destra la Calzada (strada) romana, lunghi entrambi una trentina di km, che si ricongiungeranno a Man-silla de las Mulas. Colazione, con un romano e due svedesi, al Burgo Rane-ro, luogo di stagni e pantani. Sul mas-siccio campanile, inaspettate, due ci-cogne nel nido, le uniche che non sono ritornate a passare l’estate al nord. La Meseta è più pianeggiante ora. Qua e là alte cataste di paglia. A destra sullo sfondo la Cordigliera Cantabrica.
Un’altra ventina di km e sello a Mansilla de las Mulas, cittadina viva-
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ce, forse perché c’è mercato, cinta da possenti mu-ra. Non ho visto quelli di Salò e così lascio il pile appeso a un ceppo con un bigliettino, se è il loro lo troveranno. Da qui faccio lo sterrato che è poco discosto, perché la caretera è molto trafficata. Al-cuni strappi prima di Leon, gli unici della giornata, e poi arrivo nella città che deve il nome alla VII Legione romana qui stanziata nel 68 d.C. Sono le 12,30, a un bar mi faccio un’empanada (sorta di torta salata) e una caña.
Lungo il camino, gli avvisi e i cartelli nei bar sono in quattro lingue: spagnolo, tedesco, ingle-se e francese. Non lo scrivono in italiano perché dicono che l’italiano intelligente capisce lo spagnolo. Credo la stessa cosa per gli spagnoli
Tiziano e Rubens sono sbarcati e fanno sapere che giungeranno qui alle 17.
Trovo ospitalità presso il Monastero Benedettino, non molto lontano dalla Cattedrale. Vogliono solo un donativo, sono genti-li ma molto osservanti: le stanze sono divise tra maschi e femmine, alle 21,30 si chiude e fanno la compieta, l’ultima preghiera per i pellegrini che vogliono partecipa-re. Non posso prenotare anche per i miei figli ma mi assicurano che quando arriveranno ci sarà posto
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anche per loro.
Giro un po’ il centro e poi, in bici, vado ad atten-derli alla stazione degli au-tobusse. Arrivano poco do-po le 17. Hanno avuto di-scussione con l’autista che non voleva caricare le bici; li ha salvati una ragazza spagnola che vive a Milano e che ha quasi litigato con l’uomo.
Altro intoppo con la loro pompa inadatta. Parto a prendere la mia che non avevo con me (10 minuti di strada) e, incredibile, foro. Non ho bucato su strade sterrate e pietre taglienti e foro in città per colpa di un tombino senza griglia che vedo all’ultimo momento. Alla fine riusciamo a risolvere ogni inghippo. Rubens ha dimenticato la credenziale e ne fa una nuova al monastero. Diamo 15 €. Loro sono alloggiati in un altro locale. Andiamo a visitare la massiccia Cattedrale, celebre per il rosone e le vetrate policrome, il palazzo Gaudì e le strade adiacenti. Abbiamo mes-so 100 € a testa per creare una cassa comune, per 30 €, ceniamo col menù del pellegrino quindi, dopo aver stilato il programma per doma-ni, ritorniamo al mona-stero. Un ospitalero in-trattiene i pellegrini suo-nando il violino, una donna canta. Si passa una mezzora così e poi a nanna.
hombre
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VILLADANGOS DEL PARAMO
Mercoledì 10: Leon – Foncebadon = 77 km – 9 h 30’
Si è potuto dormire abbastanza tranquilli, anche se i roncador era-no più d’uno ma russavano sommessamente. Di fianco alla mia branda un ragazzone ha dormito tutta la notte stringendo un pelu-sche; alla mattina seguiva il padre come un cagnolino. Un ciclista ieri sera si è tolto, assieme alla tuta, le protesi: pedalava senza piedi.
Partiamo alle 8,30, è sereno ma fa un freddo che bisogna coprirsi bene e le dita delle mani sono quasi gelate. Oggi dobbiamo fermar-ci a Villadangos ad accendere un cero per Claudia.
Uscire da Leon è un problema. A un certo punto ci troviamo sull’autovia (autostrada) e siamo costretti a portare di peso le bici ol-tre la rete di recinzione. Facciamo quasi sempre l’asfalto perché Ru-bens ha gomme strette e lisce da corsa e Titty fatica parecchio con la mia vecchia MBK che ha fatto si-stemare alla meglio senza molto provarla, si vede che non si aspet-tava un’avventura simile. E’ un continuo fermarsi per alzare la sel-la, legare i bagagli, pompare le gomme, regolare freni e cambio.
Prima sosta dopo circa 20 km a Villadangos del Paramo. Ho rac-colto un mazzo di fiori di campo e dopo essermi fatto indicare da un benzinaio il luogo dell’incidente di Claudia, a un paracarro le-go i fiori. Ci scrivo anche il nome. Andiamo quindi ad accendere il cero in chiesa, dedicata a Santiago matamoros, (rappresentato a cavallo che brandisce la spada) a ricordo delle sanguinose battaglie della reconquista qui combattute. Conosciamo l’hospitalero addet-to al sello, uomo piccolo e gioviale che ci accoglie con mille ceri-
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monie mostrandoci la piccola targa che ricorda Claudia, conservata in chiesa. Anche qui un enorme retablos decora tutta la parete dell’altare. Chiacchieriamo un po’, ci tiene a farci sapere che si chiama Benito Villadangos de Villadangos, quindi ripartiamo. Pro-cediamo a ritmo lento fermandoci spesso per qualche incaglio meccanico da sistemare. In compagnia è comunque un altro peda-lare, si parla del più e del meno, s’inganna meglio il tempo, ci si scambia impressioni, si fa qualche battuta, racconto ciò che ho vi-sto e soprattutto sei occhi dovrebbero vedere meglio di due.
Alle 12,30, dopo 50 km, siamo ad Astorga, cittadina turistica con una grande Cattedrale, il palazzo vescovile opera di Gaudì, e piaz-ze ampie. Cerchiamo un ristorantino ma qui aprono alle 13 e allora mangiamo, su una panchina, pane, salame e queso (formaggio) comprato in una tienda (negozio). Abbiamo ac-quistato un paio di chiavi inglesi che ci mancavano e sistemato il contachilometri di Rubens così potremo sapere i km effettivi.
Alle 14 ripartiamo. Ora fa assai caldo. Sia-mo a 900 m di altezza e la strada comincia a salire. Oggi pomeriggio abbiamo 25 km di sa-lita, dobbiamo scalare la Cruz de Hierro che, con i suoi 1540 m, è la montagna più alta di tutto il Camino. Il paesaggio stà cambian-do, le montagne del Teleno si fanno più vicine e il verde si fa rive-dere.
Passiamo un bel paese che non è sui nostri appunti, è Castrillo de Polvazales, attraversato da un’unica lunga strada lastricata, dove si addossano antiche case rosse, caratteristica dei pueblo della Mara-gaterìa, la zona che stiamo attraversando.
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Perdiamo di nuovo la via giusta, anche con sei occhi. Vediamo un anziano omino buffo, faccia aguzza, naso rosso a punta, spinge con andatura veloce e ciondolante un carrozzino con le sue borse, sembra uscito dai cartoni ani-mati. Lo salutiamo.
A Rabanal del Camino co-mincia la salita vera per la Cruz de Hierro. Non è durissi-ma ma Tiziano fa fatica, non ha una posizione ideale e le anche gli fanno male. Dopo l’ennesima messa a punto della sella e l’aggiunta delle ‘corna’ di Rubens al suo manubrio, l’assetto è fi-nalmente raggiunto.
Ci fermiamo intorno alle 18 a Foncebadon, a 2 km dalla vetta. Troviamo ospitalità al ‘Convento de Foncebadon’ che è un al-bergue privato con piccole camere, più simile a una baita alpina che non a un monastero. Alloggio e cena 16 €. Stranamente la doc-cia e caldissima, non si riesce a raffreddarla e si esce quasi lessi. C’è altra gente ma nella nostra camera siamo solo nei tre.
Foncebadon non si può neanche dire che sia un paese, è un minu-scolo agglomerato di baite in parte diroccate con 4 albergue un ri-storantino assai frequentato e una chiesetta malmessa. Siamo a 1440 m, sotto si stende a per-dita d’occhio l’immensa Mese-ta, intorno, vette e crinali con pale eoliche. Questa sera gio-cano Italia – Spagna (2 a 1) e l’ospitalero, facendo uno strappo alle regole, ci permette di vederla in tv così per una volta si tirano le 23.
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IL BIERZO
Giovedì 11: Foncebadon – Ambasmestas = 72 km – 9 h 30’
Facciamo il desayuno (colazione) con un hospitalero che cantic-chia il ‘Magnificat’. Lo accompagno in sordina e lui sembra ap-prezzare. In Spagna la cosa che costa di più e la colazione, non meno di 3 € per un cafè e leche, ( cappuccino bollente senza schiuma) e pasta (una grossa briosche) che ti servono su un piatto con col-tello e forchetta. Al momento di partire, at-torno alle 8,30, vediamo salire, seguito da un furgone, un giovane pellegrino che, a forza di braccia, spinge una carrozzina. Commo-vente… e pensavamo di fare fatica noi!
Dopo gli ultimi assestamenti di ieri sera la bici di Tiziano va molto meglio. Una mezzo-retta ad andatura molto blanda su salita assai impegnativa e siamo alla Cruz de Hierro, il luogo più mistico e simbolico di tutto il Camino dove ognuno lascia la pietra che ha portato da casa, simbo-lo del malessere che si porta dentro. Anch’io, che mistico non so-no, lascio il mio sasso e con lui, spero, ciò che mi rode. Tutti si fermano per il rito del sasso e la montagnetta che sì è formata con gli anni, va sempre più innalzandosi. Sosta prolungata, foto d’obbligo e poi cominciamo a scendere sostando a Manjarin per una visita al rifugio di Tomas, l’hospitalero templare. Poco dopo ci aspetta lo strappo duro dell’alto del ripetitore militare, quindi di-scesa in picchiata (fino al 25 %) per 20 km, passando per Acebo e Riego de Ambros, paesini caratte-ristici di montagna, ben curati. Con sorpresa rivediamo l’omino
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buffo col carrozzino; ne ha fatta di strada, forse non dorme. La velocità su questa china ripida ci obbliga a mettere il giubbino an-che se la giornata non è fredda.
Alle 10 siamo a Molinaseca dove ci fermiamo, come ormai d’abitudine, per la seconda cola-zione. Anche questo è un bel paese che ricorda quelli delle nostre valli alpine, impreziosito da un bel ponte romanico, secondo, fi-nora, solo a quello di Puente la Reìna. Uno fa un tuffo nel fiume. Ci fermiamo in una tienda, piccola ma zeppa di ogni bendidio. Hanno un bel sello. Sostiamo un bel po’ e poi ripartamo per Pon-ferrada con la strada che diventa un saliscendi. Ora le montagne sono coperte da boschi verdi.
Pedaliamo rincorrendoci sempre con gli stessi ciclisti, magari per un giorno solo o magari per una intera settimana, come è il caso di due fratelli spagnoli, e di due coppie, sempre spagnole, la più an-ziana che viaggia con carrelli al seguito.
Sosta prolungata a Ponferrada per il pranzo, che facciamo con tre specie di panzerotti sulla solita panchina. Ponferrada è una cittadi-na di 60.000 ab. che deve la sua importanza storica ai cavalieri templari dei quali si può ammirare ancora l’imponente e splendido castello. Notevoli anche il palazzo dell’ayuntamiento (municipio) e la basilica della Madonna dell’Encina sorta dove la Vergine comparve ad un contadino; un altro dei tanti miracoli del Cam-mino. Rubens compra un cappel-lo e un paio di occhiali da sole. Passate le 14 ci rimettiamo in sella. Come per le altre grosse città, anche uscire da Ponferrada richiede del tempo: un lunghis-
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simo rettilineo che attraversa malinconici sobborghi. Per 15 km la strada sale e scende. Dopo Cacabellos una rampa tosta e quindi una discesa veloce fino a Villafranca del Bierzo.
Il Bierzo è una delle numerosissime Comarche nelle quali è divisa la Spagna. Regioni storico – geografiche che non hanno valenza politica, un po’ come da noi, per esemplificare, il Monferrato o la Brianza, che danno vita però ad una gestione consortile a livello tu-ristico. Se ne sono incontrate già alcune sul Camino: Montes de Oca, Tierra de Campos, Paramo, Maragatería, ecc. Villafranca era la capitale storica del Bierzo e nei suoi palazzi si riconosce ancora l’importanza del passato. Si può ammirare un vecchio castello, un alto ponte e la chiesa di Santiago, l’unica oltre alla Cattedrale o-monima di fine Camino, autorizzata dai Papi a rilasciare l’indulgenza. A quest’ora fa ve-ramente caldo e ci fermiamo per tre coche.
Facciamo ancora una quindici-na di km fra i boschi del Bierzo attraversando alcuni paesini. La strada ha preso a salire, il vento a soffiare contro, e il caldo a fiac-carci. Intorno alle 18 decidiamo di fermarci in uno di questi pic-coli pueblo ai piedi del Cebreiro. Troviamo posto per 8 € a testa nell’albergue ‘Das Animas’ di Ambasmestas, bello, con soli 14 posti letto. Angel, l’hospitalero, è simpatico e gentile. Ci fa avere lenzuola pulite cosa che non era mai successa. C’è una chiesetta dedicata a S. Pietro dove si venerano anche la Madonna del Car-mine e il Sacro Cuore; come a Cuvio.
Arrivano 5 giovani camminanti: Valeria e Chiara di Rho, Lorenzo e Claudia di Roma, e Marco d’Arezzo. Andiamo a cena tutti in-sieme: una bella serata senza orari di rientro. Ugualmente alle 22 siamo tutti a nanna. Domani ci aspetta il mitico Cebreiro
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IL CEBREIRO
Venerdì 12: Ambasmestas –Barbadelo = 60 km – 8 h 45’
Partrenza alle 8,45, tempo bello ma freddo, a soffrirne sempre la punta delle dita. Colazione ottima, con marmellata fatta in casa. Ringraziamo Angel per tutto e gli facciamo osservare come asso-migli parecchio a Jovanotti. Non lo conosce e va a cercarlo sul PC; sembra soddisfatto soprattutto per il duetto con gli Jarabe De Palo. Prendiamo un paio di calzoncini che una ragazza di ieri sera ha dimentica-to, e via sul Cebreiro.
Facciamo l’asfalto, sulla Nazionale VI: 700 m di dislivello x 12 km. Pri-mi 2 – 3 km abbordabili poi comincia la fase dura, la pendenza aumenta fi-no a raggiungere punte del 20%. O-gni pedalata diventa più pesante. E’ una pena. Qualche ciclista sale a piedi e la voglia di fermarci viene più volte anche a noi.
‘Ultreya – suseya’ era l’incitamento degli antichi pellegrini: ‘più avanti – più in alto’ e noi andiamo sempre più avanti e sempre più in alto finchè arriviamo ai 1320 m del Cebreiro: un pugno di case coi tetti di paglia (pallazos), un paio di bar-negozietti-rifugi e un’antica chiesetta.
Il panorama è spettacolare. Da un la-to le verdi vallate del Bierzo, dall’altro quelle smeraldo della Galizia che co-mincia quì. Foto di rito. Sosta prolun-gata e colazione al suono di musica celtica. Sello nella chiesetta dove si conserva il caliz de milagro (calice del miracolo), una specie di Santo Grall
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dove, secondo credenza popolare, il vino si trasformò in sangue. Appresso vi è il busto di Elias Valiña, parroco del luogo, fondatore del Camino moderno. Mi faccio dare una nuova Credenziale per-ché l’altra è quasi piena.
Mi accorgo di aver lasciato gli occhiali per leggere da Angel, ad Ambasmestas. Peccato, erano quelli nuovi ma non ci penso nemmeno a ritornare, neanche se li avessi pagati 1.000 €. Per questi tre giorni ne comprerò un paio per due sol-di. Prima di ripartire vediamo Marco e Valeria (i romani li avevamo già visti) e lasciamo loro i calzoncini che senz’altro sono di Chiara.
La salita però non è finita perché dopo brevi e veloci discese, se-guono ripide e improvvise scalate quali l’Alto de S. Roque (1270 m) dove si erge il più bello delle centinaia di monumenti al pelle-grino, e poi l’Alto do Poio (1335 m). La temperatura si è alzata ma, fortunatamente, fa meno caldo di ieri. Attraversiamo alcuni piccoli pueblo rurali. Mucche e pecore al pascolo, a volte anche in mezzo alla strada. Un daino ci attraversa davanti.
La discesa la facciamo tutta sulla caretera. E’ lunghissima e poco segnalata e più volte ci fermiamo a consultare la guida nel dubbio di avere sbagliato. Una quindicina di km e siamo a Triacastela do-ve mangiamo una tortillas.
Altra lunga salita, deve essere il crinale del Riocabo, seguita da con-tinui saliscendi fino a Samos domi-nato dall’imponente monastero be-nedettino che vorremmo visitare ma aprono solo alle 16,30. Per quell’ora noi siamo a Sarria dove Rubens deve pompare la gomma quasi a terra. Visitiamo il borgo
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antico che si raggiunge con un breve ma aspro strappo e a Tiziano scende la cate-na. Anche il mio cambio stride. Pensiamo di fermarci ma gli albergue e gli hostal espongono tutti il cartello di completo così decidiamo di proseguire per il pros-simo paese e dopo mezzora di pedalate e spinte a mano su una sterrata assai malmessa, arrivamo a un Ho-stall. E’ la Casa Barbadelo, dal nome del paese. Sono le 17,30.
Abbiamo fatto solo 60 km ma tanta salita. Se mi chiedessero di riassumere il Camino in tre parole direi ‘salite, chiese e russatori’. Mancano 108 km a Santiago e domani non ci arriveremo e proba-bilmente non riusciremo ad andare a Finisterre come volevamo, ma non fa nulla, questo è il Camino che assomiglia sempre più alla vi-ta dove non sempre va secondo i nostri programmi, a volte bisogna adattarsi.
Gli Hostal sono degli alberghi privati che vogliono qualcosa in più ed infatti spendiamo 9 € per dormire ma è proprio bello fra i prati ai margini del bosco, con stanze di soli 8 posti. Facciamo co-noscenza con Vittorio di Chivasso, un piemontese socievole che avevo salutato sul Cebreiro, un matocco di 52 anni a cui piace l’avventura, ha già fatto la ‘Marathon de sable’ e ora vuole terminare il Camino in bici in soli 7 giorni. Ha lasciato il camper a S. Jean P.P.
Conosciamo anche Elena e Bruno, di Ca-stelletto Ticino che sono venuti insieme. Lei, quarantenne, maestra che ha studiato dalle suore ma sembra una mezza punk, piena di tatuaggi. Lui 73 anni ben portati, dagli occhi profondi alla Shell Shapiro, capelli e barba d’argento. Ceniamo tutti insieme facendo veramente baldo-ria. Tiriamo le 23 tra cañe, aperitivi, 4 bottiglie di vino e chupiti a gogo (liquori in microdose). Spesa 13 € a cranio.
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LA GALIZIA
Sabato 13: Barbadelo – Pedrouzo \ Arca = 93 km – 11 h 45 ’
Alle 6 sono in piedi. Prendo appunti ma siccome non sono ancora riuscito a comprare gli occhiali, scrivo parole alte un cm. Saluto Elena e Bruno che s’incamminano di buon’ora. Arrivano i primi camminanti da Sarria e affollano il bar dell’hostal, forse il primo che trovano aperto. Stamattina musica mista, celtica e flamenco. Nel frattempo si alzano anche i miei figli e salutiamo Vittorio che mi da la sua email. Non lo vedremo più ma una volta a casa, lo con-tatterò e mi dirà che, coi mezzi pubblici, è stato in giro 4 giorni, prima di raggiun-gere S. Jean P.P.
Pompiamo la gomma di Rubens che si è riafflosciata durante la notte. La coppia più vecchia di spagnoli che, fin da Leon, incon-triamo spesso, ci regala una camera d’aria. Sistemiamo i bagagli e attorno alle 8,45 partiamo. Vorremmo fare circa 70 km fino ad Ar-zua. Pedaliamo a rilento sullo sterrato fra una moltitudine di cam-minanti. Sono sempre di più forse perché basta fare gli ultimi 100 km a piedi per avere la Compostela o forse anche perché a Sarria arriva il Camino del Nord, ma soprattutto perché moltissimi papa boys prima di andare a Madrid per salutare il Papa, vogliono fare l’ultimo pezzo del Camino.
Fa freddo e c’è una nebbia densa e bassa che ci accompagna per quasi tutta la mattina. E’ così umido che a volte le piante gocciola-no. E’ il clima della Galizia. Procediamo nella bruma fra i boschi, come se fossimo in una sceneggiatura surreale. Foto d’obbligo al colonnino dei – 100 km a Santiago. Subito dopo ritroviamo Elena e Bruno.
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Il percorso è assai impervio, superiamo passaggi difficili e strappi impossibili spingendo a piedi le bici, percorriamo discese impegnative, zizagan-do tra una moltitudine di camminanti. Un saluto e un grazie a ognuno per averci fatto passare. I pellegrini sono soprattutto italiani e spagnoli perchè usano fare le ferie in agosto. Sono in prevalenza del nord, tanti milanesi e lombardi.
Incontriamo di tutto: gente che si trascina a stento ma vuole arri-vare, gruppi allegri e soddisfatti, donne sole, persone di ogni età, costituzione e, probabilmente, condizione sociale, ma qui tutti so-lamente pellegrini. Abbiamo visto una donna sola, seduta, piangere sconsolata e stanca, e poi un’altra, un ciclista con una vistosa gi-nocchiera sull’arto gonfio che pedalava come poteva, e un frate francescano che camminava nel freddo coi soli sandali. Superiamo una famigliola francese vestita ‘moder-no far west: papà, mamma, quattro bam-bini piccoli e due asini. Innalzano anche vessilli crociati. Sono la curiosità di tutti.
Attraversiamo borgate di quattro case e cascinali di montagna. Incrociamo più volte sul sentiero, mucche, e pecore, e cavalli, e trattori. Qui il mondo è ancora profondamente contadino. Attirano l’occhio numerosissime piccole costruzioni rialzate da ter-ra, sono gli hòrreos, magazzini per preservare i prodotti della cam-pagna dall’umidità e dagli animali.
La strada è un continuo saliscendi, non esiste la pianura e a noi pare sia sempre di più la salita. Giungiamo verso le 11 a Portomarin, non abbiamo fatto neanche
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20 km. Arriviamo in discesa e oltrepassiamo il lungo ponte che su-pera il fiume Miño, quasi un lago. E’ in secca e si possono vedere le rovine dell’antica citta e del vec-chio ponte. Portomarin è stato rico-struito dov’è ora, nel 1960 dopo la costruzione di una diga e i suoi mo-numenti ‘rimontati’ pietra su pietra. E’ una bella cittadina con la via prin-cipale porticata, stile Bologna. Cola-zione. Io compro gli occhiali, Tizia-no le pile e Rubens preleva al bancomat. Dei ragazzini che proba-bilmente stanno facendo una statistica sui pellegrini, ci domandano la nazionalità. Facciamo il sello e via.
Portomarin è in una valle e per uscirne si deve fare lunghi km di ascesa. Siamo in ritardo e quindi optiamo per l’asfalto, più veloce, tanto lo sterrato è lì a lambire la caretera. A metà di una rapida di-scesa io e Tiziano sbagliamo strada. Ci avvisa Rubens col cellulare e dobbiamo ritornare. Altra salita gratuita. Bisogna rigonfiare la gomma di Rubens.
Ci fermiamo in una locanda in cima all’Alto del Rosario per pranzare. Mangiamo finalmente il tanto decantato pulpo gallego: polipo bollito con paprica e peperoncino piccante. Superiamo in discesa Palas del Rei, poco interessante, lasciamo la provincia di Lugo per quella di La Coruña e, pedalando su salite lunghe che ti fanno sudare e discese che volano via in un attimo senza neanche farti riprender fiato, arriviamo, alle 16,30, a Melide cittadina con una certa storia. Sello, una bibita e una breve visita al grazioso centro storico. Alla periferia c’è il colonnino dei -50 km. Riprendiamo lo sterrato. Ai -48 km a ridosso di un guado da superare su uno stretto ponte di pietre, c’è un piccolo ristoro un pò hippy.
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Facciamo gli ultimi 10 km che ci separano da Arzùa, sulla carete-ra, ma è un continuo e penoso sali e scendi a volte con vento con-trario. Arriviamo alle 18. E’ l’ultima cittadina che si incontra sul Camino, è la capitale del queixo, tipico formaggio locale. Nella piazza principale un monumento ricorda il sindaco martire e le vit-time del franchismo durante la guerra civile.
Contiamo di incontrare un’albergue o un hostall appena fuori cit-tà come ieri sera, del resto qui è tutto pieno. Ci sbagliamo. Per chi-lometri non si trova nulla, né un rifugio né un paese. Facciamo 5, 10, 15, 20 km, passiamo S. Irene, deviamo verso qualche pensione o casa rurales (agriturismi) ma tutto completo. Rubens deve cam-biare la camera d’aria che ormai non tiene più. Altri a piedi sono nelle nostre condizioni. Ci dicono che a Gozo c’è un albergue con 800 posti ma bisogna fare ancora 15 km. Quando cominciavamo a disperare troviamo, uscendo dal bosco, una palestra dove altri di-sperati come noi si erano acco-modati sul palquet alla belleme-glio, su materassini messi a di-sposizione dal comune. Anche noi facciamo lo stesso.
Sono le 20,30. Dopo essere stati in sella 12 ore, fatto 93 km, scalato moltissima salita, supe-rato a piedi passaggi difficoltosi, avuto problemi con le bici, esserci scottati schiena e naso, qualsiasi cosa va bene. E poi qui non si pa-ga nulla. Siamo a 18 km da Santiago. Doccia con acqua fresca ne-gli sgangherati spogliatoi e quindi andiamo alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Ci dicono che a 300 m c’è un supermarket, lo cerchiamo e ci troviamo un paese intero con negozi, alberghi e ristoranti. E’ Pedrouzo, grossa frazione di Arca. E noi che pensa-vamo di essere in un luogo isolato. Mangiamo il menù del dia co-me vien detto qui il pasto del pellegrino e poi a letto. Domani ve-dremo Santiago. Per Finisterre vedremo….
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SANTIAGO
Domenica 14: Pedrouzo \ Arca – Santiago = 18 km – 1 h 30
Mi sveglio prestissimo, alle 4. C’è uno che russa da pazzi e, pur essendo dall’altra parte della palestra, si sente forte. Non riuscen-do a dormire mi alzo per i miei appunti che prendo seduto sotto un lampione all’aperto. I primi camminanti partrono a quest’ora, alcuni dicono una preghiera in gruppo. E’ molto umido e dopo un poco comincia a piovviginare. Mi sembra giusto: il Camino non è completo senza almeno una giornata d’acqua.
Non mi riaddormento più e verso le 9, imbacuccati nei keeway, partiamo. For-tuna che ieri sera abbiamo fatto un bel po’ di strada in più così oggi ci bagneremo meno. Abbiamo solo una ventina di km da fare ma capiamo subito che saranno solo salite e discese, come sempre. A Gozo troviamo turisti a frotte. E’ domenica e domani sarà Ferragosto e i fedeli arrivano a centinaie in autobusse per fare gli ultimi 5 km a piedi, come pellegrini.
Entriamo a Santiago. Foto ricordo sotto il cartello stradale. Sba-gliamo ancora strada, ma alla fine, dopo aver fatto un tratto di pavè che ci mancava e due brevi rampe di scalini in discesa, sia-mo nella Plaza do Obradoiro davanti alla Cattedrale, maestosa nelle sue forme barocche, con le sue guglie slanciate, le sue sca-linate d’accesso e i suoi finestroni artistici. La statua di Santiago dall’alto di un arco domina il grande piazzale.
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Sono le 10,30. In noi c’è grande soddisfazione per quest’ avven-tura da pazzi nata quasi per capriccio e portata avanti con capar-bia convinzione e che alla fine qualcosa ci ha lasciato dentro. Ho fatto 825 km in 12 giorni, ho pedalato per 93 ore (i miei figli 320 km per 41 ore), niente male per la mia età. Tra l’altro ho notato che i ciclisti più vecchi di me erano pochi, da contarsi sulle dita di una mano.
C’è già parecchia gente e tan-tissima ne arriva. Colombiani cantano, brasiliani ballano, portoricani fanno il trenino tra la folla, sventolando le loro bandiere, incuranti della piog-gia. Si sentono parlare mille idiomi. Ritrovo Marino, il bresciano conosciuto a Hontanas, è giunto in bus ieri. Ci accompagna all’Oficina del Pellegrino per il Benvenuto, per me e Rubens, e la Compostela per Tiziano. C’è una lunga coda. Ci dà anche alcune dritte per cercare una pensione. Ci salutiamo. Troviamo 2 camere per 20 € a testa dove possiamo lasciare le bici.
Ritorniamo alla Cattedrale sperando di entrare per il rito del bo-tafumeiro (sputafumo) l’enorme turibolo di 100 kg appeso alle volte della parete, mosso da 5 o 6 chierici, cerimonia che si tiene solo nelle domeniche, nelle feste speciali, o anche dietro paga-mento. Speranza vana perche c’è una coda che esce nella strada per decine di metri. Qualche rado mendicante chiede la carità in ginocchio.Sembra una giornata autunnale, la pioggierellina non cessa e così compriamo tre mantelline per 6 € in uno dei nego-zietti di souvenir che cominciano ad animarsi. Non si vede un ambulante extracomunitario, forse non li lasciano arrivare.
Ritorniamo dopo aver pranzato, guarda caso, al ‘Botafumeiro’. Il complesso della Cattedrale è grande, comprende sacrestie, ora-tori, biblioteca, sale varie e anche un museo, e su ogni lato si apre
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una piazza. La navata, attornia-ta da decine di cappelle, in sé stessa però non è così ampia. L’interno è ridondante di or-namenti artistici e orpelli deco-rativi tipici del barocco che in Spagna è più ampolloso. An-che l’organo, opera della Ma-scioni di Cuvio, il mio paese, è fastoso, con le trombe che escono dritte dalle casse armoniche. C’è tutto il mondo che vuole salire ad abbracciare la statua del Santo sopra l’altare maggiore, il così detto ‘buco di Santiago’. Lasciamo, io e Tiziano, il nostro ‘bi-glietto dei riguardi’ in un foro di una colonna. Accendo qualche candela, anche per la coppia dell’aeroporto e poi, dopo aver visi-tato la cripta che conserva le spoglie del Santo, usciamo.
Si può dire che il mio Camino finisca qui, anche se, prima di ri-tornare, rivediamo molti di quelli incontrati sul percorso come le due coppie di spagnoli in bici, Marco il toscano di Ambasmestas, o altra gente incrociata di sfuggita, solo per un saluto, magari a Roncisvalle, o magari la sera prima quando non trovavamo alog-gio. Gente che riconosciamo o che ci riconosce. Qualcuno si ri-corda di me come il ciclista biondo, qualcun altro addirittura di averci visto coi fiori in bici. E’ solo per cronaca, poi, che annoto l’intervento di un’agente durante il ceck-in all’aeroporto, il gior-no dopo, per colpa di un coltellino che si era nascosto in qualche fessura del mio zaino e non si trovava, coi miei figli che mi guar-davano storto.
E non fa nulla se non siamo arrivati a Finisterre come progetta-to; quello che potevamo fare l’abbiamo fatto, per il resto c’è mancato il tempo reale, sarebbe stato riprovevole averlo potuto fare e non averlo voluto. Finisterre è là, da sempre, chissà che un giorno riusciremo anche noi a bruciare il nostro indumento…
Giorgio Roncari – agosto 2011
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Collezione ‘Viaggi’
Stampato in proprio
Copia N……di 30

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